Nel 2021 il centenario della nascita di Alida Valli

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21 Dicembre 2020

«Privilegiata, io? In California, mi sentivo peggio di una profuga o di una perseguitata politica. Le ferite toccate agli altri mi toccavano nel profondo, fin quasi a sentirmene responsabile. Perché faccio questo squallido lavoro nel cinema?, mi dicevo. Perché non sono rimasta nella mia terra ad affrontare gli eventi, a reagire al sopruso?, mi rimproveravo. Avessi almeno fatto la maestra, avessi inculcato fin dall’infanzia ai miei e ai bambini di Pola, l’orgoglio e la dignità di essere italiani invece di perdermi nei filmetti che mi han dato denaro, successo, popolarità a buon mercato, mi ripetevo».

Così rispondeva l’attrice Alida Valli ad un giornalista che la intervistava nel 2006.

Il prossimo 31 maggio 2021 si celebra il Centenario della nascita dell’attrice nata a Pola da madre istriana, la pianista Silvia Obrekar, e dal Barone trentino Gino Altenburger von Marckenstein und Frauenberg, professore di filosofia e critico musicale appartenente a nobile famiglia di origini tirolesi. Nel 1930 si trasferisce a Como, dove inizia la sua brillante carriera in Italia e negli Stati Uniti. Ha all’attivo una filmografia ricchissima, tanto teatro e partecipazioni discografiche. È una delle donne più belle e affascinanti del cinema italiano. Qualche anno prima della sua morte, avvenuta nel 2006, la Valli parlava della terra di origine, di cui conservava nitidissimi ricordi: «Ricordo tutto, avevo solo due anni quando a Pola scoppiò la polveriera, e io per il contraccolpo ebbi un collasso che mi spinse per tre giorni a rifiutare il cibo. E ne avevo appena sei il giorno che vidi, sul Lungomare, la carrozza dell’ammiraglio Vianello che conduceva a spasso suo figlio Raimondo, il bimbo dai riccioli d’oro che subito corteggiai spudoratamente salutandolo con la manina come una seduttrice in piena regola».

Parlava così del suo ritorno a Pola: «Solo un anno dopo lo scoppio della guerra, mi decisi a rivedere Pola. Carlo Cugnasca, l’uomo che amavo, era morto in un incidente aereo mentre io, sotto la guida di Mario Soldati, recitavo in uno dei film più dolorosi e belli della mia carriera, Piccolo mondo antico. Dove una donna, Luisa, persa la sua unica figlia, smarrisce la ragione e si esilia dal mondo. Piangevo come una vite tagliata durante le riprese, e me la prendevo con me stessa, mi torturavo. Tu non sai più cos’è la finzione e cos’è la realtà, mi dicevo. Sei sicura di piangere la fine di Carlo quando, davanti alla macchina da presa, ti disperi per la fine di Ombretta? mi chiedevo. Ero scissa, divisa, mi pareva di essere un paio di forbici da cui, brutalmente, fosse stata strappata l’altra metà. Per questo, finito il film, tornai a Pola, il luogo dove tutto era cominciato. Trovai una città ostile, estranea, distante. Con gli slavi che rimproveravano agli italiani di non parlar serbo-croato. In una comunità divisa, disperata, presaga di ciò che le sarebbe toccato: l’angoscia che è peggio della morte e la deportazione che è una condanna a vita».

Nel 1957 Alida rivede Pola per una seconda volta, portando con sé la forte impressione del «senso della sconfitta e l’abbandono di ogni speranza» che aleggiavano nella vita del porto.

Nel 2004 i Croati le propongono di diventare cittadina onoraria. Alida parla così del suo ultimo ritorno nella città natale: «Ci tornai per una fiction con Raf Vallone che è stato il mio addio allo schermo. Tutto era cambiato di nuovo, perché oramai Pola era croata. Fu allora che mi fecero quell’incredibile proposta. I nuovi padroni della mia terra non avevano più nessuno da esibire come eroe nazionale. Così non gli parve vero di offrire ad Alida Altenburger la cittadinanza onoraria di artista croata». Ma la Valli, di fronte a questa profferta, rispose: «Troppe volte, come la mia città, avevo cambiato pelle, ma ero nata e sarei morta italiana. Scrivetelo sulla mia tomba».

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CAT: Cinema

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