Nomadland: per cercare un senso alla vita, sulle note di Einaudi

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21 Giugno 2021

È difficile oggi trovare un film che con tanta potenza e allo stesso tempo con tanta poesia racconti l’emarginazione e il dolore umano. Non l’ho visto con il doppiaggio italiano che, credo, sia di altissima qualità, come tutti i doppiaggi del nostro Paese, ma in lingua originale e con i sottotitoli in francese.

Tra il pubblico c’era un silenzio impressionante. Impressionante perché questo lavoro, sospeso tra durezza della vita e poesia, ti induce a guardarti dentro ed a farti domande sulla tua, di esistenza. Ti porta a chiederti se sei veramente felice. E mentre, tra povertà e dolore, si spalancano allo sguardo quei paesaggi immensi e bellissimi sulle note meravigliose di Ludovico Einaudi, l’anima comincia a viaggiare. E l’incanto rimane. Ciascuno di noi diventa un po’ lo straniero che incrocia sulla sua strada Fren, la protagonista del film, per quanto furtivo possa essere questo incontro.

Le scene sono di una sapienza e di una bellezza impressionante, il montaggio è il capolavoro di questo film. Per circa due ore diventi nomade anche tu, mentre segui i percorsi e le emozioni incise nel volto di questa donna forte, dal carattere complesso, che segue un viaggio tutto suo. Ed è ancora più significativo il senso di soffocamento di una società che opprime, se il contrasto è quello tra il colosso di Amazon, emblema di produttività e schiavitù dei nostri tempi, e i panorami che aprono il cuore che Fren si guadagna a bordo della sua casa furgone, alle prese con le mille peripezie che possono capitare sulla strada, per di più ad una donna sola. La sessantenne Fren, dopo la morte di suo marito e la perdita di lavoro durante la Grande recessione (2007-2013), decide di lasciare il Nevada per intraprendere un viaggio di conoscenza sulle strade dell’America. Questo le dà modo di conoscere altre persone che, per drammi privati o per attitudine caratteriale, non si ritrovano più nelle convenzioni sociali. Ne apprezza la gentilezza, la fratellanza, la solidarietà.

Forse è capitato per la prima volta in vita mia di osservare le persone incollate alle loro sedie anche a film bell’e finito, mentre scorrevano i titoli di coda e la musica inconfondibile di Einaudi si diffondeva nella sala. Nessuno si è mosso. Il film ha lasciato qualcosa nell’animo di tutti. Forse, se ho ben interpretato, un sentimento leggero e dolce, e allo stesso tempo sferzante. Tutti noi abbiamo bisogno di metterci in cammino, di incontrare persone che mettano in discussione le nostre idee e anche il nostro modo di vivere, che ci illuminino e tirino fuori il meglio di noi stessi. Che magari lascino emergere il nostro lamentarci per ogni cosa e il nostro non sapere apprezzare i doni che abbiamo. È stato scritto che questo film è «Un poetico studio dei personaggi sui dimenticati e gli emarginati». In effetti, questo film, con i contrasti che mette in luce, è anche qualcosa di più: ci interroga sulla sorgente della felicità e sul modo in cui possiamo raggiungerla. Abbiamo davvero bisogno di una casa, di una famiglia, di un lavoro, quando tutto l’immenso creato che ci circonda contiene già in sé la risposta alla felicità che l’essere umano cerca? Una storia dei nostri tempi, dal significato universale.

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CAT: Cinema

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