Il nuovo nucleare e le 50 sfumature di greenwashing (italiano ed europeo)

18 Dicembre 2021

“Una pura operazione di greenwashing”. Così aveva esordito Sebstien Godinot, economista e Direttore del WWF Europe, durante una conferenza stampa tenutasi a Bruxelles lo scorso marzo per esprimere tutto il suo dissenso nell’operatività del progetto della Taxonomy Delegated Act. “Questa proposta sulla tassonomia delle attività economiche sostenibili non ha niente a che vedere con gli obiettivi del Green Deal, non è allineata con l’accordo di Parigi e non ha basi scientifiche”.

La “Tassonomia Europea” è lo strumento che, a partire dal prossimo anno, dovrebbe permettere di classificare tutto ciò che può essere considerato sostenibile o meno dal punto di vista dell’inquinamento, della biodiversità e dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Tra i corridoi di Bruxelles già la chiamano “Tassonomia Verde”, quasi a voler sottolineare ancora di più l’impegno dell’Europa nel voler orientare verso una transizione verde tutte quelle attività economiche e quegli investimenti che possono definirsi green. Già nel marzo del 2018 l’organo esecutivo dell’UE aveva lanciato un piano per creare un insieme di regole attorno alla finanza del futuro: Action Plan on Sustainable Finance. Motivo alla base di questo onere? Ridurre l’impatto ambientale dell’economia. Il perno della volontà di una buona riuscita della transizione ad un’economia low carbon diventa, così, proprio la tassonomia: “Una guida pratica – scrive la Commissione – per politici, imprese e investitori su come investire in attività economiche che contribuiscano ad avere un’economia sostenibile”. Inoltre, potrebbe essere proprio la Tassonomia a stabilire quali azioni potranno rientrare nel 30% del finanziamento del Next Generation EU destinato ad attività con obiettivi climatici. Motivo in più per renderla quanto più “green” possibile?

Sulla stessa lunghezza d’onda sembra essersi posizionata anche l’Italia che, attraverso il suo ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ha ribadito la linea europea enfatizzando quanto il nucleare sia “il futuro” e come le nuove centrali 2.0 saranno “la soluzione a tutti i problemi”. A conferma delle parole del ministro il fatto che questa rappresenti una “fonte che non produce Co2” e che, ad ogni modo, arriveranno “ottime notizie in termini di costi e benefici”. Un campanello d’allarme che è scattato repentino all’ennesimo tentativo di greewashing su una produzione già sperimentata in passato e miseramente caduta nel baratro del fallimento post-Chernobil. Legittimando il gas e l’energia nucleare, seppur di seconda generazione, si rischia di alzare bandiera bianca nei confronti delle lobby del fossil fuel ancora prima di provarci. Mentre si litiga su cosa possa considerarsi sostenibile, l’atomo prova a guadagnare tempo e ottenere la maggioranza attraverso una forte azione di tempo, sperando che la paura di Fukushima svanisca e che l’agenda politica vaneggi nuove tecnologie considerate sicure. “È diventato sempre più chiaro che l’industria nucleare non può reggersi in piedi senza finanziamenti massicci e del sostegno dell’UE”, aveva dichiarato Silvia Pastorelli, consulente per le politiche comunitarie di Greenpace.

La stessa Greepeace che, accompagnata dalle titubanze di alcuni Stati membri, aveva espresso tutte le sue critiche durante la presentazione della prima versione dell’Atto Delegato alla Commissione a novembre: questa, infatti, aveva definito il progetto un’“intensa attività di lobbying” da parte delle industrie del fossile, del nucleare, dell’aviazione e della bioenergia. “Basta con il finto green”, avevano urlato alcuni attivisti di fronte alla Commissione europea, accompagnando al dissenso morale una protesta fisica, innalzando il Taxonosaurus rex, un dinosauro di quattro metri fatto con metallo riciclato e marchiato con il segnale del rischio da radioattività, metafora delle scelte dannose che l’Unione Europea potrebbe adottare spinta dalle lobby del combustibile fossile. Come darle torto? Se chi consiglia la Commissione europea va a braccetto con la lobby nucleare, non si può dire il contrario della dipendenza dell’Europa stessa dalle decisioni della Russia sul gas, che rivela tutta la sua illusione green sulla transizione energetica sostenibile.  Estrarre gas in-house non è facile ma, anzi, piuttosto costoso, le imprese europee non sanno programmare la loro produzione per l’incapacità dei propri Stati di portare avanti una vera decarbonizzazione, e i prezzi impennano dopo che i flussi dalla Russia vengono rimbalzati. Il punto è che l’energia è una questione politicamente e geo-politicamente molto sensibile: è inutile parlare di status globale dell’Unione europea se non si riesce a garantire l’indipendenza energetica e si è costretti ad osservare con preoccupazione, su base quotidiane, le consegne del Cremlino, senza alcuna visibilità di meglio-lungo termine, mentre fantastica su una transizione green che non si può permettere. Insomma, una transizione non gestita bene a livello sia politico che scientifico rischia creare un domino rovinoso per il Vecchio continente: lasciarci al freddo e al gelo, e con lo stesso inquinamento ambientale di prima, destinato ancora di più a peggiorare.

Il Taxonosaurus rex di Greenpeace di fronte al Palazzo Berlaimont della Commissione Europea

Il Taxonosaurus rex di Greenpeace di fronte al Palazzo Berlaimont della Commissione Europea

Lo shock di varie associazioni dipende da un fattore principale: introdurre, appunto, il gas e il nucleare tra i settori sostenibili. Il sostegno a quest’affermazione è contenuto in un documento preparato dal Joint Research Center (JRC), la voce scientifica che costituisce una delle DG della Commissione UE, secondo il quale si afferma che il nucleare “è paragonabile all’idroelettrico”. Uno dei punti di forza del rapporto JRC è il contributo che l’energia nucleare fornirebbe alla mitigazione del cambiamento climatico. Ma è davvero così? Secondo un recente research paper, il documento trascura che l’Ue ha reattori abbastanza vecchi, con oltre l’80% di questi che raggiungerà il limite di 40 anni al 2030, e pochi fondi per la costruzione di nuovi, costosi e di lunga progettazione. Ma c’è di più: sullo smaltimento dei rifiuti viene sottolineato come non esisterebbe ancora un deposito geologico in grado di contenere il loro alto livello di funzione, così come la tendenza a calare annualmente del 2-3% della disponibilità dell’uranio nel mitigare le emissioni globali, scoraggiando la produzione di elettricità nucleare per sostituire elettricità da carbone e gas. Senza contare, ovviamente, potenziali incidenti che possano creare catastrofi ambientali di devastante impatto sociale ed economico. La posizione europea, insomma, non è supportata da alcun dato scientifico, sia a livello ambientale, che a livello di costi e tempistica. Se parlare in generale di ritorno all’energia nucleare significa tornare indietro di 40 anni, quando ancora non erano stati fatti i due referendum sullo sfruttamento dell’energia nucleare sul suolo italico, allora proporre gas e nucleare 2.0 all’interno del magico cassetto delle soluzioni che salveranno il mondo è ancora più impensabile e sbagliato. Non solo: se il dibattito sul nucleare continua a fare leva sull’opinione pubblica è perché la narrazione tossica del “è colpa dei vecchi pregiudizi” sembra funzionare, alla faccia della COP26 e dei risultati che questa ha portato.

Statement su Twitter di Frydays for Future per l'inserimento del gas e del nucleare nella categoria delle energie sostenibili

Statement su Twitter di Frydays for Future per l’inserimento del gas e del nucleare nella categoria delle energie sostenibili

Quali saranno ora le prossime tappe della tassonomia? Il 31 dicembre il primo blocco di criteri tecnici di selezione delle attività da considerare sostenibili diventerà operativo; poi, nella stessa data, dovranno essere pubblicati anche gli atti delegati, con la seconda parte dei criteri. Dal colosso del nucleare Westinghouse, già negli anni Sessanta, ai fuoriclasse di Chevron, negli anni Ottanta, arrivando fino a DuPont, solo per fare qualche nome. È davvero questa la soluzione? Gli attivisti stanno cercando in tutti i modi di arrestare questo processo per combattere la crisi climatica in maniera più ‘fattuale’, firmando col sangue persino una lettera a nome di 8 altri membri della Piattaforma UE sulla finanza sostenibile, ma gli gli Stati Membri sembrano comportarsi in tutti in modi possibili pur di non essere ‘obiettori di coscienza green’. Roma ha spinto sul gas, mentre Parigi sul nucleare, in attesa di una Germania alla prima senza Merkel dopo 16 anni.

Anche se la tassonomia UE per la finanza sostenibile è stata concepita come un punto di riferimento scientifico per evitare il greenwashing, con questa proposta sembra diventare a tutti gli effetti uno strumento di greenwashing. Qualora diventasse uno strumento ambiguo e fuorviante, il rischio che si correrebbe è quello di passare da vero “net zero” ad un ancora più fake ‘greenwashing climatico’. Una parola chiave che diventa asso nella manica per iniziare un tavolo di discussioni politico, piuttosto che climatico e green, facendo leva sulla decarbonizzazione attraverso fonti ‘poco rinnovabili’. Possiamo davvero sgridare l’India, la Cina e la Russia per aver ritardato le emissioni zero al 2060 (o più tardi) se noi europei giochiamo a fare i sostenibili mentre veniamo sbattuti al muro dalle lobby del fossile? Quella dell’ecologismo di facciata è una storia odiosa e ricca che continua a rinnovarsi, ma stavolta l’Europa rischia davvero di pittare il piano di riforme economiche e sociali del mandato Von der Leyen quale il Green Deal di un verde amaro che sa tanto, troppo, di greewashing.

TAG: climate change, energia nucleare, gas, transizione ecologica, Unione europea
CAT: clima, Geopolitica

Un commento

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  1. paolo-fusi 1 mese fa

    Un bellissimo articolo che conferma la mia opinione: nessuno farà alcunché per impedire la catastrofe

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