Questa Notte mi ha aperto gli occhi- La carne, il clima e McDonald’s

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25 ottobre 2019

Vorrei tornare per l’ultima volta ai luoghi di morte che ci circondano, i macelli ai quali noi, in un massiccio sforzo comune, chiudiamo i nostri cuori. Ogni giorno ha luogo un nuovo olocausto, e tuttavia, a quanto vedo, il nostro essere morale non ne viene neppure scalfito.
J.M Coetzee- La Vita degli Animali

Chiunque abbia frequentato uno qualunque dei licei classici disseminati lungo tutto lo stivale non può non aver incontrato quella citazione di Terenzio “sono umano, nulla riguardante la natura umana mi è estraneo”.

Ho sempre pensato a questa frase in due, anche se collegate, accezioni. Da una parte l’empatia, il porsi al di sopra delle proprie idiosincrasie e dalla limitata esperienza di tutti giorni per cogliere il particolare e l’altro ascendendo all’universale, collegandosi in questo modo a quel motto spinozianonè ridere nè piangere ma comprendere”. Dall’altro però vi è la dimensione dell’impegno. Non un’empatia fittizia e di costume ma uno sforzo, nei limiti della propria piccolezza, per tentare di mettere in ordine le cose.

Come giovane progressista credo fermamente che sia nostro compito, come razza umana, impegnarci per rendere il mondo un posto migliore. Non credo di sconvolgere nessuno affermando che i problemi che ci affliggono sono molteplici: la sempre verde minaccia nucleare, la fame nei paesi meno sviluppati economicamente e quei casi sempre più frequenti nei paesi invece con economie avanzate, i diritti delle donne, delle persone appartenenti alla comunità LGBTQI+, le crescenti disuguaglianze, i dilemmi a livello etico che fanno sorgere le rivoluzione nel campo della genetica, della biologia molecolare, della nano-fisica e chimica, l’impatto della tecnologia e di algoritmi sempre più efficienti.

Tra questi problemi però quello più urgente resta il cambiamento climatico. Con lo sforzo e la cooperazione internazionale probabilmente potremmo controllare l’avanzamento tecnologico e renderlo a misura d’uomo, potremmo altresì risolvere il problema della fame del mondo, delle mutilazioni femminili. Ma se l’azione per preservare il nostro pianeta non sarà tempestiva, i rischi sono enormi ma soprattutto irreversibili. I

In questi mesi davanti ai miei occhi ho visto l’ambientalismo diventare una tematica quasi pop. L’exploit di partiti verdi alle europee, il dibattito politico che si è orientato verso il Green New Deal e la tassa sulla plastica: si tratta di un passo in avanti considerevole.

Non è però altrettanto positivo un atteggiamento che non fatico a riscontrare: l’idea secondo cui la transizione ecologica non può avvenire se non attraverso cambiamenti che devono partire dai governi e dalle grandi aziende.

Ho sentito molto spesso dei discorsi faziosi e irrealistici secondo cui soltanto un’economia pianificata e statale può salvarci. O che il nostro unico compito è quello di prestare attenzione alla plastica che usiamo o alla raccolta differenziata.

La verità, che di certo non paga a livello elettorale, è che esiste un’azione concreta per non far diventare l’ecologismo soltanto un buon costume da indossare sui social o agli eventi: smettere di mangiare carne. 

Ho smesso di mangiare carne quando avevo 17 anni, tre anni e mezzo fa. I miei amici e i miei genitori pensavano sarei durato 2 mesi, forse 3. Alla fine dell’estate avrei ripreso a ingozzarmi di bistecche al sangue e salsiccia alla griglia. Tutt’oggi quando la tavola è imbandita di carne, si voltano verso di me, forse non abbastanza concentrati da notare il mio sguardo disgustato. e cominciano a fare battutine alquanto ridicole.

Non sono diventato vegetariano per un motivo ambientale: per quel che mi riguarda ammazzare un animale che è inserito in un contesto sociale è un atto paragonabile allo stupro e all’omicidio. Significa spezzare rapporti emotivi, procurare del dolore inutile e allo stesso tempo dimostrare una crudeltà senza fine.

Quando dico alla gente di essere vegetariano, riesco a percepire il guazzabuglio di pensieri che vorticano nel loro cervello per cercare di non offendermi o di attenuare il loro pregiudizio. D’altronde da anni i media spazzatura come Le Iene hanno creato un clima infame e distorto nei confronti dei vegetariani e dei vegani, dipingendoli come degli invasati. Non mi stupisce però che nessuna- e dico nessuna- volta sia avvenuto un dibattito serio. I vegani e i vegetariani sono stigmatizzati e derisi semplicemente perchè in alcun modo si potrebbe giustificare dal punto di vista razionale o anche emotivo il consumo di carne. Affermare la necessità e la giustizia dell’uccisione di milioni e milioni di animali porterebbe a una giustificazione dei più efferati e crudeli crimini, fino ad arrivare all’Olocausto e alle purghe staliniane, per non parlare di un certo negazionismo scientifico.

Non è difficile capire il perchè: la carne fa parte del nostro patrimonio culturale così come per un uomo dell’Atene del V secolo era perfettamente normale la schiavitù, così come per un musulmano del VI secolo dc era perfettamente normale l’uccisione degli infedeli. Vietare a un uomo la carne significherebbe privarlo non soltanto di un gusto che lo soddisfa ma altresì di un avvenimento sociale- dalla bistecca con gli amici all’arrosto di ferragosto o per i più giovani il panino al McDonald ‘s del sabato notte- e di una buona dose di ricordi – “quella parte di bistecca bruciacchiata ai bordi non ti ricorda forse quando nonno strinava la carne e nonna lo rimproverava e poi si abbracciavano e si baciavano e ci sedevamo tutti a tavola assieme?”.

Perfino filosofi come Thomas Hobbes ritenevano ingiusto, senza aggiungere impossibile, cambiare la coscienza delle persone. Si tratta di credenze radicate nel profondo che non possono essere scosse da altre credenze, anche se fondate.

Non chiederei mai a una persona di smettere di mangiare carne perchè io lo ritengo un’atrocità. Non ne ho il diritto. Allo stesso modo si potrebbero rimproverarmi tanti miei vizi- “il tè che bevi copiosamente non è forse raccolto da bambini schiavizzati e non pagati abbastanza?”.

Ma di certo spronerei- e già lo faccio- le persone ad abbandonare la carne per motivi strettamente ambientali.

Per anni ho sentito ripetere che il problema principale per quel che riguarda l’inquinamento sono le grandi aziende, i trasporti, l’andare a lavoro in auto e in generale i combustibili fossili. O il consumo di plastica. Ecco, voglio dirlo con forza: no. Non che non lo siano. Si tratta di attività estremamente inquinanti.

Ma il problema principale e più urgente è il consumo di carne. Come dice Jonathan Safran Foer nel suo nuovo Salvare Il Mondo prima di Cena, il dibattito non è più se il consumo di carne sia o meno una causa del riscaldamento climatico ma se sia il problema principale o uno dei problemi principali. Secondo i due studi più importanti, uno del 2006 e uno del 2009, sempre citati da Foer, il consumo di carne avrebbe un impatto, secondo il primo, intorno al 15%. Per il secondo invece si parlerebbe del 51%. Nel primo caso quindi il consumo di carne sarebbe tra i fattori più inquinanti appunto insieme a industrie, trasporti et similia. Il secondo dato, invece, non credo abbia bisogno di esser commentato.

La produzione di carne è aumentata secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’alimentazione da 50 tonnellate nel 1961 ai 300 del 2014 e la tendenza è in aumento.

Per produrre, ad esempio, un chilogrammo di carne di manzo servono 25 chilogrammi di foraggio. Un solo grammo di manzo, tuttavia, emette oltre 200 grammi di Co2.

Non solo: il consumo di carne non è omogeneo: se il consumo di carne di paesi come quelli del Centro Africa risulta molto basso lo stesso non si può dire di Europa e, soprattutto, di Stati Uniti D’America. Questa distribuzione del consumo di carne nasconde tuttavia delle pratiche ancora più nefaste. Nessuno vuole carne magra. Non mangiamo una bistecchina smilza e leggera così come non ci sentiamo attratti da persone prive di qualità e senza energia o fascino misterioso. Per questo gli animali da macellare devono essere non soltanto in salute ma anche ricoperti da un delizioso strato di grasso, che fisseremo mentre cola dalla griglia quando cuoceremo la bistecca con gli amici nel weekend. Per questo abbiamo bisogno di distese ampie di coltivazioni che hanno la sola finalità di far ingrassare il nostro manzo o la nostra mucca o il nostro maiale. Non disponendo più, in Occidente, di così copiose terre, siamo costretti a sfruttare le incolte terre d’Africa, il cosiddetto fenomeno del Land Grabbing. Il frutto di questa terra, quindi, non verrà utilizzato per nutrire le popolazioni circostanti ma per ingrassare ovini, bovini e suini pronti a finire dritti sulle tavole degli occidentali.

Il nostro modo di vedere la carne è ovviamente influenzato dal contesto in cui siamo cresciuti.

Ho sempre vissuto in campagna dove per anni l’uccisione di animali ha dato da mangiare ad intere famiglie.

L’abbandono, ipotetico e irrealistico, della carne porterebbe a un collasso economico: macellai, agricoltori, allevatori, coloro che lavorano nei mattatoi: finirebbero a casa senza uno stipendio e soprattutto senza qualifiche necessarie per inserirsi in un mondo del lavoro che richiede sempre più qualifiche e competenze di alto livello.

Questa è una delle obiezioni più importanti e centrali. Certo, istintivamente mi verrebbe da confermare la legge di Godwin e affermare “non avremmo dovuto chiudere i campi di sterminio per non lasciare a casa i poveri operai impegnati a sterminare ebrei, zingari, omosessuali, handicappati e oppositori politici?”.

Nel suo L’ordine del Giorno Eric Vuillard inserisce l’annessione dell’Austria in un contesto più ampio: la grande industria tedesca avrebbe prosperato grazie alla conquista dello spazio vitale. Pensare che la carne non nasconda interessi più importanti e subdoli è da stupidi. Le multinazionali della carne, le grandi catene di fast food: tutti hanno interesse nel vedere il mondo bruciare mentre si intascano i vostri soldi.

Per questo penso che la prima critica si un po’ un gioco di manipolazione emotiva: se è vero che smettere di mangiare carne arrecherà danno a molti contadini o lavoratori semplici, è anche vero che verranno penalizzati anche i grandi magnati come McDonald’s o RoadHouse. Non vi conosco, ma posso supporre che la vostra simpatia per i primi sia grande tanto quanto la diffidenza verso i secondi.

Per questo ritengo che sia meglio lasciare fuori i sentimenti da questa discussione. La domanda da chiedersi è: ne vale la pena? Un punto a favore potrebbe essere questo: smettere di mangiare carne darebbe un bella mazzata alle emissioni e quindi i governi potrebbero spalmare su un periodo più lungo gli investimenti necessari per una transizioni ecologica, usando quindi una parte del budget precedentemente stanziato per re-inserire questi lavoratori nel mondo del lavoro attraverso un percorso di formazione.

L’obiezione più comune, in questi casi, è quella che io chiamo “dell’irraggiungibile purezza”: l’idea è che ogni ideale è, per sua natura, impossibile da raggiungere. Pertanto, se non possiamo essere puri, tanto vale non provarci nemmeno. Questo atteggiamento va a braccetto con il fenomeno Nimby e ne rappresenta l’altra faccia della medaglia. Il primo si può formulare in questo modo: “poichè nessuno riesce a raggiungere la perfezione, perchè dovrei riuscirci io?”,  il secondo con “possono essere perfetti da ogni altra parte, ma almeno mi lascino dello spazio per me”. Non starò di certo qui a intonare il solito ritornello dell’importanza del singolo. Quello che voglio dire è di carattere più strettamente biologico-sociale: nel suo Il Gene Egoista Richard Dawkins conia il termine “meme” per indicare l’unità minima di cultura che si può trasferire, ovvero l’equivalente culturale del gene. Così come geni più forti si trasmettono, così fanno i memi. Come già ho detto prima l’attenzione rivolta verso la sfida ambientale dei giovani dei Fridays For Future sta indirizzando il dibattito politico europeo e non solo. Se supponessimo un cambio di atteggiamento nei confronti dell’industria della carne da parte di molti ragazzi e ragazze e uomini e donne che hanno partecipato probabilmente assisteremmo a una sorta di contagio. Comportamenti virtuosi che ispirano comportamenti virtuosi. Certo, raggiungere la purezza è impossibile, ma una tendenza verso l’ideale è comunque preferibile all’immobilismo.

Le altre obiezioni che vengono poste sono spesso pregiudizi: questo potrebbe forse essere il problema principale. Per esempio: la definizione e la standardizzazione dei generi che si è venuta a creare nel mondo contemporaneo occidentale dipinge l’uomo come forte mentre la donna è più incline a comportamenti smielati e compassionevoli. Questo pone dei forti limiti: per la cultura occidentale un uomo che non mangia carne è un rammollito effeminato. Per questo credo che, come già si poteva intuire prima parlando del Land grabbing, il problema del consumo di carne deve essere accompagnato a problemi della stessa caratura come quello contro gli stereotipi di genere e per i diritti dell’Africa.

 

TAG: cambiamento climatico, carne, foer, green new deal, nazismo, veganismo
CAT: clima, Inquinamento

3 Commenti

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  1. xxnews 3 settimane fa
    il suo articolo mi piace ASSAI ... INCONTESTABILE ... per parte mia , sebbene una dozzina di volte l' anno mangi del pollo ( per la dimensione ...mezzo quindi 6 o 7 polli l'anno ) e non mangio uova , ma parecchio formaggio cereali e verdure , non mi è per nulla difficile essere in accordo con lei , di sicuro per quel che mi riguarda allevatori e macellai non guadagnerebbero una lira ... opps un euro
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  2. tiz-lorenz 3 settimane fa
    Come si fa a dissentire con questo articolo, trattato con così tanta passione eppure anche con così tanta ragionevolezza? Già: anch'io non capisco come sia possibile che persone dotate di intelligenza, magari di laurea, accolgano con un educato sorrisetto di compatimento, la dichiarazione che io non mangio carne: cosa li fa sentire così tanto dalla parte del "giusto"? Consapevolezza, motivazioni profonde, ricerca del sapere? No: quasi sempre si tratta solo di abitudine e di sentirsi da sempre maggioranza. Ma è sempre stato così, per le minoranze: al nostro così giovane autore di quest'articolo, eppure così preparato, mi sentirei di suggerire solo questo: la pazienza della minoranza, che non vuol dire rassegnazione, anzi. Bisogna uscire allo scoperto e parlare: dibattiti, conferenze, articoli, dimostrazioni, ognuno secondo quanto si sente. Ma vuol anche dire che stiamo toccando il nucleo pià profondo dell'avversione dell'uomo per se stesso: cibarsi dei propri simili animali è un atto di potenza (non certo di intelligenza) che ci fa sentire superiori e quindi forti; e ci dimenticare che di là veniamo, di là ritorniamo quando sappiamo andare oltre la tracotanza che ci porta a distruggere il ramo stesso su cui siamo seduti. Forza, dunque, il cammino è lungo è difficile, ma anche appassionante!
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  3. tiz-lorenz 3 settimane fa
    Come si fa a dissentire con questo articolo, trattato con così tanta passione eppure anche con così tanta ragionevolezza? Già: anch'io non capisco come sia possibile che persone dotate di intelligenza, magari di laurea, accolgano con un educato sorrisetto di compatimento, la dichiarazione che io non mangio carne: cosa li fa sentire così tanto dalla parte del "giusto"? Consapevolezza, motivazioni profonde, ricerca del sapere? No: quasi sempre si tratta solo di abitudine e di sentirsi da sempre maggioranza. Ma è sempre stato così, per le minoranze: al nostro così giovane autore di quest'articolo, eppure così preparato, mi sentirei di suggerire solo questo: la pazienza della minoranza, che non vuol dire rassegnazione, anzi. Bisogna uscire allo scoperto e parlare: dibattiti, conferenze, articoli, dimostrazioni, ognuno secondo quanto si sente. Ma vuol anche dire che stiamo toccando il nucleo pià profondo dell'avversione dell'uomo per se stesso: cibarsi dei propri simili animali è un atto di potenza (non certo di intelligenza) che ci fa sentire superiori e quindi forti; e ci dimenticare che di là veniamo, di là ritorniamo quando sappiamo andare oltre la tracotanza che ci porta a distruggere il ramo stesso su cui siamo seduti. Forza, dunque, il cammino è lungo è difficile, ma anche appassionante!
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