il diavolo fa le pentole

21 maggio 2019

Ormai ci avevano quasi convinti che l’I.A. (ossia l’intelligenza artificiale) sarebbe stato ciò che più avrebbe caratterizzato il nostro futuro. Io, che sono sempre stato un po’ dubbioso sulla bontà a priori della tecnologia, temevo che l’I.A. avrebbe potuto essere, onomatopeicamente, la disarmante espressione del raglio di un colossale asino tecnologico, intelligente, forse, ma tenacemente cocciuto. Tutto, ad ogni modo, in avvenire, sarebbe dovuto essere regolato da uno o più robot che avrebbero preso in gestione la nostra vita quotidiana per rendercela migliore. Così sembrava. E il 5G sarebbe stato il passo successivo verso il paradiso. Questo annunciavano trionfanti politici e scienziati che, in misura diversa e con compiti diversi, avevano avviato quel progetto assolutamente innovativo, almeno in apparenza. Dovunque, in tv, per strada, sui giornali, attraverso invadenti messaggi sui telefoni e sulle pagine web: “Il futuro abiterà con voi” “Un futuro radioso per i nostri anziani” “Fate un salto nel futuro” e così via. La parola futuro non mancava mai, a rimarcare che, volenti o nolenti, quello era il futuro che ci aspettava.

 

Ricordo il primo giorno in cui arrivò, sorprendendomi, un amabile robot che mi avevano assegnato quelli dell’Asl, poiché sono un disabile con gravi difficoltà, e che si presentò come Rina, diminutivo di Caterina. I sorridenti tecnici accompagnatori, che mi sembravano più artificiali del robot (forse lo erano?), mi spiegarono un po’ il funzionamento, semplicissimo: bastava parlare. Si sarebbe collegato automaticamente anche al wi-fi per avere accesso a tutto. Io quindi ricambiai il saluto e il robot, pensando di farmi cosa gradita e così fu, cominciò a parlarmi di canzoni francesi degli anni Sessanta, e di Yves Montand e di Jacques Prévert, L’amour est clair comme le jour, l’amour est simple comm’bonjour… scherzando sul buongiorno e il bonjour, meravigliandomi e ben disponendomi. Ci avevano fatto compilare un questionario sul web, prima di assegnarceli, dove avevamo anche indicato i nostri hobby, le nostre letture, i nostri gusti. Ci avevano anche fatto registrare la voce in varie intonazioni, in modo che il robot fosse in grado di riconoscerla. Tutto era personalizzato, ci facevano sentire coccolati.

Era in tutto e per tutto simile a un essere umano, forse con qualche minimo scatto appena appena meccanico, ma quasi irrilevante. L’aspetto era gradevole, la macchina era ricoperta di un silicone vellutato assai simile alla pelle umana per consistenza e colore, c’era persino una vaga peluria, e ricordava qualcuno che mi sembrava di aver conosciuto. Avevano voluto anche delle vecchie foto di persone scomparse ma familiari ai destinatari dei robot, spiegandoci che così avrebbero fatto in modo di poterli costruire a loro immagine e somiglianza, per non far percepire come troppo estranea e invasiva la presenza di queste nuove invenzioni. La sembianza del robot assegnatomi era gentile, assomigliava vagamente a un’amica di mamma, un’amica della giovinezza, abbigliato in divisa da domestica, nera, con grembiulino e cuffietta bianchi. L’odore che emanava era umano e dolciastro, forse avevano aromatizzato il silicone che rivestiva l’armatura della macchina. La sua voce era ancora quasi impercettibilmente metallica, ma di certo l’avrebbero migliorata col tempo e, se chiamata, Rina rispondeva garbatamente, presentandosi al mio cospetto per rendersi conto delle mie necessità e quindi esaudirle. Un genio della lampada senza scadenza.

Dopo avermi rassicurato, i tecnici, sempre sorridenti, mi salutarono perché avevano molte consegne da fare, e scomparvero nell’ascensore che si richiuse sulla parete del pianerottolo.

Il robot, impadronendosi subito del suo ruolo, serrò la porta di casa e si mise in attività.

“Da dove comincio, signore?”. Chiese il robot con gentilezza impeccabile.

“Dalla cucina” risposi, un po’ stupito perché Rina aveva preso l’iniziativa.

Si avviò così spontaneamente verso la cucina – avevano memorizzato nei suoi chip una mappa dell’intero appartamento – e iniziò a lavare i piatti sporchi dentro l’acquaio utilizzando il minimo d’acqua, calcolata alla goccia per non sprecarne, mentre uno scanner applicato a ciò che nella sua testa chiomata corrispondeva agli occhi umani controllava l’assenza di macchie dalla superficie delle stoviglie, per poi riporle nella piattaia.

I bicchieri li lavò con delicatezza, calibrando la sua stretta per non romperli. Però, non avendo odorato, non percepì l’odore forte dell’uovo – me ne accorsi più tardi – che era rimasto sul bordo e che si sarebbe potuto togliere strofinandolo con un mezzo limone. Un vecchio metodo della nonna sempre valido. Non per Rina, forse programmata da tecnici troppo giovani che non conoscevano i rimedi delle nonne, che li ripose quindi così, puliti secondo il suo criterio. Di certo, vedendola lavorare, avevo iniziato a fidarmi di lei e così mi avviai verso la terrazza, claudicando, a leggermi le poesie di Guido Gozzano sulla sedia a dondolo. Ah… L’amica di Nonna Speranza, la più dolce compagnia letteraria di sempre.

Il robot nel frattempo prese la spugnetta in lana d’acciaio e attaccò le padelle di teflon, certo, un po’ vecchiotte ma ancora efficienti, abbastanza incrostate di cibo bruciacchiato e indurito lì da qualche giorno – i suoi predecessori avevano trascurato la cucina -, strofinandole fino a quando non furono lucide come uno specchio. Ahimè, il teflon maturo Rina lo vedeva nero e lo associò quindi al bruciato. Ligia fino in fondo ai suoi canoni di pulizia non si fermò fino a quando non l’eliminò tutto, forse anche perché il teflon graffiato era considerato cancerogeno e quindi pericoloso per la salute del padrone. Riaffiorò un abbagliante alluminio. Addio padelle antiaderenti. Quando me ne accorsi, ore dopo, era già troppo tardi.

Il robot aveva iniziato a pulire la casa da cima a fondo. E aveva iniziato pure la sua esplorazione. Lo sentivo aprire i cassetti e gli armadietti per controllare probabilmente che tutto fosse in ordine, cosa vi fosse riposto, eccetera. Con diligenza passò l’aspirapolvere ovunque, anche negli interstizi più stretti, dove la polvere è solita annidarsi improvvidamente. I suoi sensori le dicevano che, ad ogni modo, la polvere era sempre presente, soprattutto tra i begli intarsi di madreperla che caratterizzavano la decorazione della consolle del 1840 che era arrivata a me dai miei antenati. Con grande perseveranza e coscienza (?) del suo compito, Rina sbatté la lancia dell’aspirapolvere, potentissimo, contro quelle rughe del legno, col risultato che i frammenti di madreperla si ruppero e si staccarono, finendo ingeriti dalla lancia ingorda. Ma di polvere, effettivamente, non c’era più traccia. Quando me ne accorsi, qualche ora dopo, era definitivamente troppo tardi.

Ma come mai Rina era entrata nella mia vita improvvisamente e senza neanche troppo preavviso? Tutto aveva avuto origine qualche tempo addietro. La legge antistranieri che l’attuale governo aveva varato alcuni mesi prima in nome della “sicurezza” aveva fatto automaticamente scomparire tutte quelle badanti estranee all’Unione Europea, ormai in pratica la maggioranza, e i politici che l’avevano caldeggiata, sostenuta e votata andavano fieri della graduale sostituzione di quelle sante donne colle varie Rine meccaniche e all’avanguardia, appunto, senza bisogno di pagare alcuna tassa, nessuna tredicesima, nessun giorno di ferie, nessuna assicurazione sociale, nessun alloggio popolare e sicuri dell’efficienza dei robot. “Basta stranieri in casa nostra” era lo slogan. Ma, soprattutto, quello slogan di facile presa, vista l’osteggiata smania tecnologica della nuova classe dirigente, serviva a mascherare l’inizio di una speculazione immensa che il corrente governo, composto di gente fin troppo interessata e votato da elettori troppo disinteressati, pensava di compiere impunemente, imbellettando i propri discorsi col pretesto dell’avanzata del progresso: l’I.A., l’intelligenza artificiale (o raglio del ciuco) che sostituiva l’I.N., l’imbecillità naturale e l’imprecisione dell’uomo, secondo i produttori di questi gioielli della tecnologia, che avevano venduto al governo migliaia di esemplari. Il presidente e proprietario della casa produttrice era anche il marito del ministro della sanità e l’azienda di famiglia stava in una stretta e defilata valle prealpina, vicino al luogo d’origine del ministro, al confine colla Svizzera, avvolta dal mistero. L’assenza di una legge sul conflitto d’interessi si era dimostrata, alla lunga, una benedizione per la classe politica.

Io, però, in tanti anni di devota assistenza, mi ero affezionato alla badante russa, Svetlana, che a sua volta si era affezionata a me, vedendomi come il vecchio padre che lei non aveva mai avuto perché era fuggito in America dopo aver lasciato sua madre incinta di lei. Storia lunga e comune. Io le insegnai l’italiano; negli intervalli in cui lei doveva per legge tornare al suo paese, ci sentivamo comunque al telefono quasi quotidianamente, in un bellissimo e familiare rapporto filiale. Ma la nuova legislazione non consentiva sentimentalismi e l’addio tra me e Svetlana fu straziante. Avvenne per telefono. Fu quasi un lutto per me. E anche per lei, che ringraziava sempre per i tanti doni che le avevo fatto e che l’avevano aiutata a mantenere i suoi due figli, che conoscevo solo in fotografia e che lei mi prometteva un giorno di portare con sé in Italia, per viverci. Non sarebbe mai avvenuto. Svetlana non tornò e l’intervallo fu coperto da distratti infermieri-factotum che cambiavano ogni giorno, coi quali, per questa ragione, era impossibile intrecciare qualsiasi relazione.

Una volta spariti i frammenti di madreperla, Rina scansionò in giro per vedere cos’altro sarebbe potuto esserci fuori posto. Il suo precisissimo rilevatore ottico individuò subito un elemento di disturbo nella sua realtà, in cui l’ordine corrispondeva evidentemente a una dimensione diversa dalla mia.

Sul tavolo c’era un leggio con una copia del Paradiso Perduto di Milton, illustrato da Doré. Anche quella era un’antica eredità di una zia collezionista di libri antichi, e mi piaceva lasciarla aperta sull’episodio del pomo della sapienza. In fondo quello era l’unico momento, nella fantastoria sacra, in cui l’uomo aveva manifestato un interesse e una curiosità per approfondire la sua conoscenza e per questo ardire fu duramente punito. La sapienza sarebbe dovuta restargli negata.

Accanto al libro aperto sulla bella incisione di Doré di Eva e Adamo, sconvolti dopo aver mangiato il frutto proibito, c’era di solito un bel vaso liberty che a me garbava veder riempito di fiori di stagione, a volte rose, a volte peonie, a volte lillà o dalie cactus, dipendeva da cosa in quel momento offrivano la mia terrazza o il giardino della vicina del pianterreno, anche quest’ultimo straboccante di fiori. Il caso volle che a più fiori di rose di quel bel mazzo particolarmente pieno, non cambiato da parecchi giorni, si fosse spampanata la corolla e i petali avvizziti ma ancora umidi cadendo si fossero fermati sulle pagine aperte. Né agli infermieri/badanti che si alternavano venne il genio di dedicarsi alle pulizie un po’ più meticolosamente e toglierli.

Lo scanner di Rina, sempre all’erta, avvertì quest’invasione di campo da parte dei frammenti vegetali e la dovette considerare assolutamente inammissibile. Si precipitò quindi armata di spazzola e detergente per mondare l’oltraggio. Naturalmente, non avendo la minima percezione del valore degli oggetti, il robot dovette spruzzare il detergente con abbondanza e, subito dopo, spazzolare energicamente per togliere i petali appiccicati alle pagine del prezioso libro, decretandone la rovina. Una volta tolti tutti i petali e raccoltili nella straccio, un suono di campanello avvertì che l’operazione era terminata e che quindi Rina poteva rivolgersi a mondare altro. Paradiso perduto una seconda volta.

I giovani programmatori di quelle macchine, venuti su col modello della nuova scuola derubata delle discipline umanistiche, infatuati di tecnologia e delle magnifiche sorti e progressive che quest’ultima prometteva, mostravano di non avere la più pallida idea degli oggetti del passato, del mio passato, né di come si sarebbero dovuti mantenere, ma che continuavano a esistere in molte case e avevano così inserito una visione totalmente imperfetta e parziale dei compiti dei robot domestici. Meglio non indagare se i programmatori avessero mai sentito parlare del Paradiso Perduto di Milton. Ora era davvero perduto, una terza volta.

Arrivò per Rina il momento della sala da bagno.

L’antica toletta con specchio era sopravvissuta all’assalto del tempo, pur un po’ provata dall’azione di tarli molesti che cogli anni ne avevano divorato internamente una consistente parte, per cui, soprattutto i pinnacoli, esponevano una certa fragilità. Fu restaurata e rinforzata ma era sempre un palliativo. Rina, però, dimostrava di non riuscire a capire la resistenza di un materiale né di riconoscere un legno tarlato e la sua cagionevolezza. Così prese il panno intriso di detergente per vetri e lo passò sullo specchio. Ma siccome lo specchio presentava un po’ di macchie dovute all’alterazione del sottostante strato d’argento e Rina lo leggeva come sporco, esattamente come per il teflon, il robot iniziò a strofinare con una forza sempre maggiore e vibrazioni sempre più potenti. Una vibrazione particolarmente vigorosa ebbe effetto su un pinnacolo laterale destro che si staccò e si sbriciolò sul pavimento come un biscotto. Anche questo frammento dovette essere interpretato da Rina come spazzatura e anche questo frammento diventò in men che non si dica parte del menù dell’aspirapolvere. Chissà per quale ragione il robot desistette dal continuare a rendere lo specchio senza macchie, forse distratto dal frammento di legno da eliminare.

Di tutto ciò, e di molto altro, mi resi conto solo più tardi.

Rina, subito dopo, rivolse le sue attenzioni alla terrazza, dove mi trovavo io, sonnecchiando sulla sedia a dondolo. Il tepore del tardo mese di maggio, il dondolio e il ronzio di Rina che puliva casa, puntellato ogni tanto dal dolce campanellino, mi avevano fatto scivolare in un sonnellino ristoratore, immaginando rilassato che la polvere accumulatasi in quelle settimane, dopo la partenza di Svetlana, sarebbe stata rimossa prontamente. Io un po’ ne risentivo, perché soffrivo d’asma, ma non avevo più le energie per spolverare i numerosi oggetti che riempivano la mia casa della vita. Però consideravo la polvere un po’ anche come strati della memoria, necessari e inevitabili, seppure, in eccesso, risultasse molesta. Mentre sonnecchiavo, col respiro affannoso, percepii in un dormiveglia inquieto dei rumori secchi di tagli di forbice. Dopo un po’ il rumore tacque e aprii gli occhi. Vidi davanti a me il roseto decimato mentre Rina raccattava i fiori dal pavimento per farne un mazzo. Rina, in assenza di miei ordini, aveva preso l’iniziativa.

“Rina” urlai al robot, sperando che capisse “che cosa hai fatto?”

“Signore” rispose “ho visto che dormiva e non volevo disturbarla. Sostituisco i fiori appassiti nel vaso.”

“Ma non c’era bisogno di radere al suolo l’intero roseto, anche perché c’erano ancora tante rose in boccio.” Espressi invano il mio disappunto.

Rina non rispose perché evidentemente non captava l’importanza di mantenere un roseto che gradualmente forniva qualche rosa da recidere per il mio bel vaso, né la passione che io mettessi nel prendermene cura. Per la macchina il roseto era solo il produttore dei fiori recisi e basta.

Di punto in bianco Rina fece una domanda che mi sembrò fuori luogo in quel momento, ma vai a capire cosa era a luogo o fuori luogo per lei.

“Signore, ho visto che ha delle scatole vuote di biscotti Doria sulla vetrina della cucina. Devo mettere i biscotti Doria nella lista delle cose da comprare?”.

Mi sorprese quella domanda, e non risposi, ma si accese un campanello d’allarme che in quel momento non seppi spiegarmi.

Mi resi conto improvvisamente che il risveglio fu doppio. Realizzai, rientrando affannosamente in casa mentre il robot raccoglieva ancora fiori leggiadramente, i danni che Rina aveva fatto senza averne la minima coscienza. Tanto meno si era resa conto di come avrei potuto reagire io. Mi sentii in pericolo, perché costatai che ero come ostaggio di una macchina senza alcun discernimento. Le infinite variabili dei comportamenti umani non potevano essere contemplate da programmatori incuranti, che solo potevano inserire le biografie riassunte di Yves Montand, suggerite dal questionario da me riempito e tirate giù da Wikipedia, nelle memorie di quei robot ma non la distinzione che solo un cervello umano poteva fare riflettendo e scegliendo soluzioni in un preciso momento, forse impiegando più tempo, forse sbagliando, ma senza dubbio facendo capo all’immenso bagaglio di esperienze che si fanno nella vita.

Le mie scoperte erano appena iniziate. Il mio sonnellino dovette essere più lungo del previsto perché ciò che trovai mi disorientò. Ed ecco che il campanello di allarme diventò allarme a tutti gli effetti.

Il robot aveva frugato in casa per racimolare informazioni. Sapere cosa c’era dentro i cassetti, la marca dei biscotti da comprare… Sarebbe stato inutile spiegare all’I.A. che le antiche scatole dei biscotti Doria erano solo degli oggetti affettivi e che erano la reliquia di quegli antichi biscotti dell’infanzia, che io conservavo vuote unicamente con un valore sentimentale. Il robot non lo avrebbe percepito, essendo una macchina anaffettiva.

Cominciò a farsi strada l’idea che il robot fosse lì forse per usare i dati carpiti a scopi consumistici. Rina, e tutte le macchine come Rina, avrebbero derubato gli assistiti dei loro segreti più intimi per immagazzinare notizie e riferirle a un archivio esterno, per sapere, catalogare e riportare i loro oggetti di consumo e indagare i meccanismi che portavano il consumatore a utilizzare quei prodotti. Ecco perché poneva domande all’apparenza innocue, prendeva informazioni, ed ecco il perché di tutti quei questionari precedenti.

Questo mi atterrì perché non avevo idea di cosa potesse essere considerato utile o no dal robot, che andava sempre dritto per la sua strada, programmato per seguire uno schema. Se il robot avesse scansionato il mio sangue, il mio respiro, le mie deiezioni mi avrebbe somministrato i medicinali richiesti per la mia patologia o quei medicinali di una tale multinazionale farmaceutica, tutelando il mio benessere o quello della multinazionale e dei suoi azionisti?

E se avesse iniziato a scansionare tutti i titoli dei libri della biblioteca, mettendo insieme autori e identificando il loro pensiero filosofico o politico e poi mescolandolo con tutte le altre informazioni per poi riversarlo in una banca dati? La pianta della casa ce l’aveva già.

Andai a controllare la biblioteca, che era uno dei luoghi più polverosi della casa. Mentre dormivo Rina aveva, infatti, “riordinato”. Non riuscivo a trovare più un solo libro. L’ordine alfabetico in cui il robot aveva riorganizzato tutti i libri, dopo averli ripuliti, aveva sovvertito del tutto il mio ordine, che seguiva altri criteri, tematici, sentimentali, linguistici… Cercai affannosamente, per quanto potessi muovermi, un libro in particolare. Era Le avventure di Pinocchio. Dove lo aveva messo? Carlo Collodi, lettera C… accidenti, era proprio in alto. Mi aiutai colla stampella e riuscii a tirarlo fuori dalla morsa di altri libri in cui l’aveva spinto Rina. Era un’edizione antica, del 1902, che faceva parte della libreria di famiglia, rilegata per evitare il disfacimento dovuto al tempo. Mia nonna me lo leggeva sempre quand’ero bambino e sbagliava apposta perché io la correggessi, stimolando il mio spirito d’osservazione. Lo apersi a pagina 191, perché c’era un episodio a me molto caro, quando il cane Alidoro, salvato in mare da Pinocchio, ricambia il salvataggio del burattino dalle grinfie del pescatore che lo vuol friggere, avendolo scambiato per un pesce raro. Una buona azione che poi alla fine ritorna, la gratitudine, la riconoscenza. Ma a pagina 191 stava anche una macchia sulla carta, uno schizzo di cioccolata che mi era colata giù dalla bocca quando nonna mi lesse del cane che prese Pinocchio in bocca per salvarlo e correr via. Ogni volta che aprivo il libro a quella pagina, e accadeva spesso, quella macchia mi ricordava tante cose, e associavo il ricordo di quel momento irripetibile, l’immagine della nonna e la sua voce, i miei strepiti, il sapore di quella cioccolata calda, preparata da mia madre, l’odore di quegli anni, la luce della lampada, il divano su cui stavamo accoccolati, il plaid di mohair che ci copriva nell’inverno umido…

La macchia era stata quasi cancellata dall’azione riparatrice di Rina. Ma cos’avrà fatto quel maledetto robot? Avrà scansionato la macchia, analizzato tutto ciò che vi poteva essere, riconoscendo perfino la marca del cacao, il DNA della mia saliva, quali informazioni avrà ricavato da quell’invadente entrare nella mia vita più celata e più inarrivabile per lui?

Che avrà carpito dagli strati di polvere che si sono depositati inevitabilmente su tutte le suppellettili di casa? Quali fibre usavo? Quali prodotti per la pulizia dei mobili erano stati utilizzati? E poi quali erano le case editrici più frequentate, gli autori preferiti, i libri più letti? Sarebbe stata in grado di capire e di sapere se i libri li avevo comprati nuovi o di seconda mano, con DNA alieni e altre macchie analoghe, di altri lettori, su altre pagine?

Andai subito a cercare, preoccupatissimo, un altro libro, tra i tanti che avevano un senso per me. Era un libro di poesie di Walt Whitman, un’antologia che mi aveva regalato un tenero amico, un po’ più adulto, all’epoca della scuola. All’epoca si portavano i capelli lunghi e lui se n’era tagliato un mazzetto e me li aveva messi proprio nella pagina dove si trovava A uno sconosciuto, a mo’ di segnalibro per una poesia che narrava esattamente ciò che ci era successo. E quei capelli erano sempre rimasti lì, in quel punto, memoria indelebile di un incontro magico. Questo libretto fu più facile da recuperare perché, nel nuovo ordine alfabetico che Rina aveva usato, la W stava in basso.

Aprii la pagina fatidica. I capelli non c’erano più. Una volta analizzati, probabilmente, classificati tutti gli elementi organici che li componevano, un DNA estraneo, irriconoscibile, saranno stati annotati e poi classificati come spazzatura ed eliminati… Un robot poteva scansionare la tua intera vita ma mai e poi mai avrebbe potuto cogliere i nessi affettivi e sentimentali che legano i dettagli, gli oggetti, gli eventi, le persone. Ormai erano irrecuperabili, Rina aveva buttato tutto nel tunnel dello scarico dei rifiuti. Mi disperai pensando alla perdita del feticcio di Filippo.

I DVD lì accanto avevano cambiato disposizione anch’essi. Anche questi erano disposti in ordine alfabetico, secondo la prima lettera che appariva sulla copertina. E chi li trovava più adesso? Ecco, se io avevo messo accanto Metropolis e Io e Caterina c’era una ragione, i robot, la vita modernizzata… Caterina! Ma era il nome di Rina! Ed era un robot, come nel film… cose da pazzi. Mi stordì quest’analogia e mi ricordai che nel surreale film il robot si innamora del personaggio di Alberto Sordi e ne condiziona totalmente la vita. E forse avevo suggerito io stesso ai programmatori il nome del robot da assegnarmi, mettendo Io e Caterina tra i miei film preferiti. Un aspetto familiare attraverso le antiche fotografie di famiglia e un nome familiare per un ulteriore arruffianamento.

Andai inquietandomi sempre più. E sempre più mi diventava chiaro che il robot in aiuto degli umani era una scusa. Ben architettata, senza dubbio. In realtà le macchine erano state escogitate per frugare nella vita della gente, per captare anche il più piccolo indizio di ciò che le persone facevano, consumavano, e, nella più remota circostanza, pensavano. Un’enorme banca dati che andava a finire chissà dove e che avrebbe portato alla lunga a non avere più una vita privata, alcun segreto, alcuna intimità. Tutto in funzione del consumo, e noi eravamo l’arma stessa dei produttori, fornendo le informazioni inconsciamente e gratuitamente. Ecco cosa significava quel 5G di cui tutti parlavano e che pubblicizzavano seduttivamente come la soluzione a tutto. Certo che lo era.

E ora come faccio? Ero solo, invalido, con poche forze. Il robot stava dimostrando di non aver la benché minima cura né comprensione per le mie cose, cose che consideravo preziose, provenienti da vite di persone precedenti e amate, che avevano un significato per me ma chissà se ne avrebbero avuto uno per chi poi avrebbe raccolto gli avanzi quando io non ci fossi stato più. Però io c’ero ancora e mi piaceva vivere in mezzo a quelle reliquie, non mi andava di vederle ridotte in pezzi da una macchina insulsa e senz’anima. Ecco, l’unica cosa che le macchine non avrebbero mai potuto rubare, i sentimenti, l’unicità delle emozioni e degli eventi. Per quanto fitta fosse quell’archivio di dati che si stava allestendo dietro le nostre spalle mai e poi mai quel filo di Arianna che ci rende umani e che ci permette di evadere dai labirinti dell’esistenza sarebbe stato riproducibile.

Nel mio cervello che scoppiava ancora di più si espandeva e rinforzava, fugando ogni dubbio nevrotico e complottista, quell’idea che i robot, dietro la pietosa causa dell’assistenza domiciliare e dell’orgogliosa battaglia antistranieri, sarebbero serviti per controllarci sempre più, ogni nostro minimo movimento, ogni nostro desiderio, ogni nostro vizio… Il mondo nuovo, 1984, Fahrenheit 451, Io robot… anche quei romanzi erano stati riordinati alfabeticamente. Il mio occhio si posò sull’Iliade! Il cavallo di Troia… Rina era un raffinatissimo Trojan! Proprio vero che i Greci avevano concentrato tutto nel loro mondo, la triade passato-presente-futuro.

Chissà che cosa Rina aveva ricavato da tutte quelle scansioni silenziose e traditrici e come aveva trasmesso quelle relazioni nell’archivio di dati. Sembrava che una ragnatela andasse tessendosi sempre più intorno a me, producendo uno sgradevole senso di claustrofobia e di trappola.

 

La ragnatela…

Di ragnatele ne esisteva una, da parecchio tempo, nella tromba delle scale, proprio nel punto più alto, vicino al lucernario, a quattro metri e mezzo di altezza, uno spigolo che mai nessuno era riuscito a raggiungere, anche perché salire su una scala e cercare di rimuoverla significava rischiare di rompersi l’osso del collo. Inoltre era anche un punto in cui il pianerottolo si affacciava sul vuoto di due piani, per un totale di dodici metri. Le case d’epoca avevano e conservavano questi spazi maestosi. E forse l’ascensore fu costruito nel muro per non togliere all’elegante scalone di marmo la sua luminosità oltre che per non deturparne l’estetica. Anche Svetlana, che comunque si prodigava nel mantenere pulito il più possibile il mio appartamento, non ebbe il coraggio di affrontare la ragnatela impolverata in quell’angolo.

“Rina” dissi al robot “prendi la scala dal ripostiglio, quella più alta, e il piumino telescopico e togli quella ragnatela che sta fuori dalla porta d’ingresso in alto, nello spigolo del soffitto”.

“Certo, signore, lo faccio subito” rispose obbediente e pure con una delle intonazioni più appropriate che aveva nella sua lista delle scelte.

Andò quindi a prendere la scala, aprì la porta d’ingresso, e la piazzò proprio sul bordo della ringhiera, a cui erano appese delle fioriere sempre piene di rigogliose piante ricadenti. Rina, non conoscendo le parole paura e temerarietà, sentimenti che invece le persone in carne ed ossa avevano ben presente, retaggio dell’istinto di sopravvivenza degli animali, scansionò lo spazio e individuò immediatamente la ragnatela inopportuna, calcolando la lunghezza del piumino telescopico, quanto avrebbe dovuto aprire la scala e così via. Io osservavo dalla porta, appoggiato alle stampelle.

“Rina, la vedi? È proprio là” e indicai colla stampella, avvicinandomi alla scala.

“Sì, signore”.

Il robot salì gli otto gradini della scala con gran destrezza, giungendo alla massima altezza senza accusare la minima vertigine. Con tutta l’estensione dell’astina telescopica mancava giusto una decina di centimetri. Rina pensò quindi di alzarsi in punta di piedi, sempre equilibrando il suo peso alla perfezione per raggiungere lo scopo finale.

Il robot non aveva preso in considerazione che io avrei destabilizzato il suo equilibrio colla spinta leggerissima della mia stampella sulla sua gamba destra, proiettandola nel vuoto dell’ampio vano delle scale. Il genio di Archimede. “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”. Non fu necessario alcuno sforzo supplementare.

Non vi fu nessun grido da parte di Rina che, nell’immane caduta, trascinò con sé le rigogliose piante ricadenti appese alla ringhiera. Si sentì poco dopo un tonfo, un fragore di cocci (il vaso neoclassico di terracotta d’Impruneta all’ingresso della scala), un gran squittire d’impulsi elettrici e il botto di qualche pezzo metallico che schizzò da qualche parte, forse contro una porta. Mi affacciai. Il “corpo” di Rina giaceva in una posa bizzarra, col grembiulino stracciato, con gambe e braccia disarticolate che si muovevano a scatti, illuminate da qualche scintilla, la testa, insieme a una mano, erano saltate altrove, le piante e i cocci facevano da cornice surreale ai resti del robot.

La signora Amalia, che viveva al piano terra, aprendo la porta, per vedere cosa avesse causato l’insolito frastuono in quel vetusto palazzo tranquillo, gettò un urlo agghiacciante. Aveva trovato davanti a sé la testa della povera Rina, pensando fosse l’autentica reliquia di una giovane suicida.

“Signora Amalia! Signora Amalia!” gridai. “Si rassicuri, è solo il mio robot che è caduto giù dalle scale. Non si spaventi!”

“Ahhh! Signor Mario! Che paura!” urlò lei dal basso, sporgendosi nel vano delle scale e riprendendosi gradualmente dal panico. “Ma com’è successo? Guarda che macello… Ma è uno di quei nuovi robot che stanno distribuendo in giro adesso? Dio mio, è impressionante, la testa sembra vera, e muove ancora gli occhi! M’ha fatto prendere uno spavento…”

“Sì, sì, e sembra che non siano nemmeno un granché. Quanti soldi pubblici buttati via! Mi faccia un favore, signora Amalia, lei che è più giovane e può, potrebbe salire su ad aiutarmi, chiami anche la sua cameriera, che almeno è vera, in modo che mi aiuti a rimettere un po’ in ordine questo sfacelo. Le mostrerò alcune cose. Poi chiameremo l’Asl.”

“Certo, signor Mario, arrivo tra poco con Giovanna, mi dia il tempo di riprendermi”.

Era fatta. Nessuno avrebbe più rotto alcunché e nessun robot sarebbe più entrato in casa mia. Avrei richiesto i danni all’Asl e all’azienda produttrice, oltre a fare una pessima pubblicità al progetto – ero anche giornalista e avevo conservato molti contatti internazionali con giornalisti d’inchiesta, li avrei informati per bene – anche se mi sarebbe toccato cercare una badante in carne e ossa, locale, ammesso e non concesso che ne fosse rimasta ancora qualcuna. Rientrai claudicante e stanchissimo ma orgoglioso per aver salvato le mie ceramiche d’epoca, pericolosamente esposte su una mensola sopra la porta d’ingresso, tutte rigorosamente impolverate e sfuggite, per fortuna, all’implacabile occhio del ciclone Rina.

 

P.S. L’inchiesta che venne fuori dal caso rivelò l’inganno. La produzione si arrestò e i responsabili finirono sul lastrico. I politici furono svergognati e non furono rieletti. Ma questa è un’altra storia e va raccontata un’altra volta. E, purtroppo, è veramente fantascienza.

 

 

© Massimo Crispi 2019

TAG: 5G, Archimede, futuro, I.A., intelligenza artificiale, Io e Caterina, Metropolis, Paradiso Perduto, Pinocchio, robotica, Trojan, Whitman
CAT: consumi, Neuroscienze

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