Come in tempo di guerra: «che rivarem a báita»?

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9 Marzo 2021

Sto constatando che la stragrande maggioranza delle persone vive questo periodo di coronavirus come se fosse una parentesi destinata entro breve tempo a chiudersi facendo ritornare la vita esattamente a quella di prima. Ma questa è probabilmente una illusione difensiva, uno di quei meccanismi inconsci che la nostra psiche  attua per difendersi da un trauma che non riesce a contenere ed arginare da un punto di vista razionale. Invece, si tratta probabilmente di qualcosa di analogo a quello che provarono i nostri bisnonni e nonni durante la seconda guerra mondiale, il sentimento di una destabilizzazione totale delle esistenze quotidiane, delle normalità routinarie in cui si era svolta fino ad allora l’esistenza ordinaria, e che per un meccanismo studiato dalla psicologia sociale, si ritenevano ovvie, permanenti e naturali. E la cosa simile è che se noi leggiamo le memorie o i giornali di quel tempo, nessuno si aspettava che la guerra dovesse durare così tanto: tutti pensavano che da un momento all’altro essa si sarebbe conclusa, facendo ritornare più o meno le cose ad una condizione precedente. Ma questo durante il primo periodo, diciamo i primi due anni. Ma man mano che i mesi e poi gli anni passavano si faceva sempre più concreta la percezione disperata e disperante che non se ne sarebbe mai più usciti, e questa percezione tornava soprattutto nelle parole dei combattenti. Nel libro di Rigoni Stern Il Sergente nella  neve c’è un soldato che chiede al protagonista insistentemente «torneremo a casa»? («sergentmagiù, ghe rivarem a baita?»)

Questa domanda segnala l’ avvertenza della perdita sconsolata della speranza di un ritorno a una normalità: la casa non era il luogo fisico della vita precedente: era il contesto delle abitudini quotidiane, della vita serena, della quotidianità routinaria, della stessa sopravvivenza di cui ora si dubitava sempre più disperatamente;  l’essere sopraffatti dal trauma dell’interruzione che era diventata una quasi normalità di uno stato di eccezione. Esattamente questo sta accadendo oggi. Noi ancora non stiamo prendendo coscienza compiutamente di attraversare una fase epocale che forse non si concluderà in pochi mesi, e nemmeno in un anno, ma che durerà minimo 3- 4 anni. Chi mi dice che sono troppo catastrofista, forse ignora che la percezione di coloro che vivevano sotto la guerra era che da un momento all’altro essa sarebbe potuta finire; essi non sapevano, al primo, al secondo anno,  che la guerra sarebbe continuata altri tre anni e avrebbe comportato il radicale sconvolgimento delle abitudini precedenti, un nuovo inizio, nel quale tutti i paradigmi  e gli habitus dell’ esistenza precedente sarebbero cambiati, dove le stesse strutture politiche sarebbero saltate, dove la stessa economia che si credeva una naturale acquisizione del tempo precedente alla guerra non sarebbe stata più la stessa: ecco precisamente questa è la condizione in cui ci troviamo in questo momento a vivere. Tra due, tre e Dio non voglio quattro anni, molto, quasi tutto sarà cambiato;  molto sarà anche scordato delle pratiche delle strutture e delle visioni di pensiero che credevamo e che crediamo ancora normali ma che piano piano inizieremo a considerare passate, inesorabilmente trascorse per sempre; quasi senza accorgersene, già stiamo entrando in quest’ordine di reazioni quasi automatiche: chi di noi vedendo un film del periodo anteriore al Covid, pur non volendolo si sorprende a pensare che quelle persone sono troppo vicine, costituiscono un assembramento, o semplicemente parlano senza mascherina e si scambiano pericolosi areosol patogeni….
Ormai le mascherine sono diventate la normalità, e oggi mentre camminavo nella mia città guardando le persone così bardate, mi immaginavo una persona di 5, 6, 7 anni fa che fosse piombata quasi risvegliata da un lungo sogno, ritrovandosi a camminare e vedendo questi uomini e donne e bambini con volto coperto: li  avrebbe sicuramente considerato  affetti da una improvvisa  follia, o forse da un una improvvisa religione ambientalista quasi forse che una bomba o un’esalazione esiziale di smog fosse piombata dall’atmosfera ad avvelenare tutti. Vedendo un film di prima della pandemia ci chiediamo: come è possibile che tante persone si affollino festose in un campo sportivo ad ascoltare il loro beniamino o a seguire la loro squadra di calcio?; com’è possibile che semplicemente camminino senza mascherina?  Questi pensieri automatici stanno diventando una reazione istintiva e irriflessa che ognuno di noi può sorprendersi ad avvertire in sé.
Siamo in uno stato di guerra come i nostri bisnonni una guerra mondiale uno sconvolgimento epocale che cambierà radicalmente le nostre esistenze future e ancora non sappiamo quanto durerà, e come questo cambiamento si concretizzerà. Prendiamone coscienza.

TAG: Covid, siamo in guerra
CAT: costumi sociali

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