No, non è la D’Urso

:
21 giugno 2019

«Oddio che confusione! Mo chi è questa? E quest’altro?»

Chi non ha mai reagito così quando è capitato, suo malgrado, nel bel mezzo di una puntata a caso delle trasmissioni condotte da Barbara D’Urso?

Quasi sicuramente reagisce così il campione stereotipato dell’italiano medio, che è medio non solo per ovvia terminologia statistica ma anche e soprattutto perché sobilla un giorno sì e l’altro pure il ditino centrale indignato dell’intellettuale di turno, stereotipato anch’esso seppur inconsapevolmente.

L’attuale vicenda nota come “Il caso Pamela Prati” si rivela, tuttavia, sorprendentemente arricchente e in virtù di tale valore “gnoseologico” l’intellettuale non dovrebbe ignorarla e snobbarla ma anzi leggerla con una certa attenzione e tradurla in una visione più complessa del reale.

Il canovaccio si riassume facilmente: viene costruita una relazione fittizia tra Pamela Prati e Marco Caltagirone con due bambini in affido. Si organizza un matrimonio che non viene mai celebrato perché il coniuge venturo non esiste. L’inesistenza del tizio accende i riflettori sulle titolari di un’agenzia di spettacolo, considerate le menti di questo “scandaloso” inganno mediatico.

Se l’incauto telespettatore rimane più di qualche minuto a osservare il botta e risposta degli opinionisti accorsi spediti sulle poltroncine del salotto televisivo, rischia sommariamente due derive: o la graduale metaforica lobotomia, o un trauma cranico generato dallo schianto improvviso di un volo pindarico decollato a propria insaputa. Io che sono un po’ traumatizzata, sicuramente incauta e forse pure sufficientemente stordita, vengo assalita dal ricordo di un testo divulgativo letto all’università “Identità allo specchio. Destra e sinistra in Italia” in cui l’autrice, Arianna Montanari, esattamente a pagina 219, evidenzia come i veri potenti sono di rado conosciuti e visibili e scelgono accuratamente quali debbano essere gli attori sul palco e soprattutto quale copione rispettare per raggiungere un determinato scopo.

Se lo scopo dell’inganno fosse stato quello di risollevare le sorti economiche di un personaggio in difficoltà, sarebbe bastato organizzare e celebrare realmente un matrimonio fra due vip in accordo tra loro, entrambi alla ricerca di una padella per riscaldare il piatto freddo di una notorietà ormai scaduta, senza sollevare polveroni simili.

Invece no. La trama doveva essere più articolata, non poteva ruotare solo intorno a una coppia ma ampliare il raggio, arricchirsi di personaggi, nodi intricati e sentieri ramificati, creando di fatto una confusione tra l’identità dell’opinionista e quella del personaggio della fiction, rinvigorendo la visibilità di un gruppo sempre più folto dello spettacolo. Omonimie, finti account legati a cognomi famosi o dalle assonanze stranamente casuali, consulenti esperti in materia psichiatrica e giuridica che dicono alla fin fine ciò che direbbe lo sconosciuto avventore del bar in un momento di ristoro ricreativo, ma a reti unificate, o quasi.

Tutto ciò confonde il telespettatore, lo accompagna inesorabilmente nella spirale delle tante domande senza risposta, nel sospetto continuo, quando gli rimane quel minimo di senso critico. Nella peggiore delle ipotesi rafforza le sue convinzioni. Conduttori sedicenti autorevoli in quanto al comando di presunte testate giornalistiche dedicate all’info-intrattenimento; testimonianze di persone non corroborate da prove; tematiche accavallate, serio e faceto intersecati e sovrapposti

Succede solo in tv? Succede solo ai personaggi televisivi di segnalare alla Polizia Postale account creati a proprio nome che offrono provini a candidati ignari, senza riuscire a risolvere il problema? Certo che no. Fake news, bufale che a volte vengono smascherate e molte altre volte no in campi decisamente più seri, le maschere, le invenzioni sono all’ordine del giorno. Le balle ce le racconta il vicino di casa megalomane, una varietà infinita di annunci di lavoro, il contatto facebook che sviene a giorni alterni, che chiede amicizie a caso ma poi si ricorda di non conoscerti nella vita reale e quindi nel dubbio ti rimuove.
Da un lato chi vorrebbe capire tende a ritirarsi perché sventare tale sistema così capillarmente esteso è pura chimera. Dall’altro l’emotività fa la sua parte e la pancia reagisce con quel rumore deconcentrato e deconcentrante. I due lati consolidano il potere.

Ma il potere è davvero così occulto? Le sue dinamiche sono davvero così nascoste, subdole, sottese?

Il pittore surrealista Magritte con la sua opera “La trahison des images” sottolinea come quella raffigurata non sia una pipa ma un’immagine di essa, con tutta la riflessione sulla tangibilità e la complessità del linguaggio che ne deriva e sulle semplificazioni annesse operate dalla comunicazione umana per soddisfare necessità pratiche, utilitaristiche.
Il nome del programma dai tratti surreali di Canale5 è “Non è la D’Urso”, a voler dire «La vedete, ma non è lei», insomma c’è e non c’è; trattasi di una raffigurazione, una rappresentazione.
Nel circo proposto non è possibile affermare con certezza chi mente e chi no, e ammesso che qualcuno stia mentendo, almeno in questo caso è manifestato a chiare lettere fin dal principio in un meccanismo relativistico che incorona il paradosso, che mischia verità e finzione, che destruttura l’identità, la definizione.

TAG: barbara d'urso, canale5, fake news, inganno, Magritte, pamela prati, pipa, potere, surrealismo, tv
CAT: costumi sociali

Un commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

  1. lina-arena 4 mesi fa
    il personaggio è tanto banale da non meritare tanta attenzione.
    Rispondi 0 0
CARICAMENTO...