Salvini e gli altri epigoni del “bimbominkia style”

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30 dicembre 2018

Sapessero che i social network sono ormai l’angusto acquario nel quale sono stati relegati i quarantenni, il loro narcisismo ne risentirebbe parecchio. Gli attori e l’audience, per dire, di Facebook sono ultra-quarantenni in cerca di conferme, di un qualche balsamo per il loro narcisismo cresciuto ipertroficamente, nutrito dalla crisi post-adolescenziale ritardata da mamma e papà e da tutto ciò che di bello c’è da fare – compreso partecipare a un concorso a premi in Tv – dalla maturità sino alla laurea presa con qualche anno di ritardo.

Chi si meraviglia è fesso, oppure bluffa. Questa è la degna classe dirigente che ci meritiamo noi quarantenni. Così come se la meritano i nostri genitori. Meno i nostri figli e nipoti. Ma loro, per fortuna, sono impegnati su altri format, altri contenitori, altri contenuti. E comunque, se hanno cervello, capacità e parlano inglese, emigrano.

Che sia Matteo Salvini oggi, Renzi ieri, Carlo Calenda in contemporanea, loro e noi passiamo svariate ore su Facebook e Twitter. Addirittura, sono nati gruppi più o meno chiusi di mutuo consenso online. Ovvero, comunità che vanno da qualche migliaio a svariate centinaia di migliaia di utenti pronti a mettere like sui post altrui a patto di esserne ricambiati. Così da far crescere a dismisura il consenso social. In un terribile anglicismo che recita “Io liko te, tu liki me”. Roba da spargere benzina e vedere come brucia Troia.

Il contenuto sta a zero. Semmai è la sensazione, l’emozione, dietro alla quale c’è il vuoto pneumatico. Stare sempre sulla notizia contingente, senza mai approfondire. Perché se cerchi di andare oltre, ma pure su e giù, sei già fuori con le battute (spazi compresi). E imbatterti nell’Adhd, che per i mortali, sempre però ben informati, è il famigerato “Disturbo da deficit di attenzione” o, nella sua più calzante definizione con i tempi che corrono, “disturbo evolutivo dell’autocontrollo”. Diagnosticato sempre ai nostro figli e nipoti, mai a noi stessi, padri, zii e tardo-cugini.

E se dobbiamo nuotare in questo mare di deiezioni umane, Salvini ne è il campione. Ma attenzione, non è solo. Intorno a lui, almeno nell’ultimo lustro, c’è tutto un popolo di “influencer” – per dire, il correttore automatico del mio Pc neanche la prevede questa parola – o supposti tali, che si arrabattano alla meno peggio per stargli dietro. Matteo Renzi, per esempio, che essendo campione in ipertrofia dell’ego, ha travalicato i confini del social per approdare sulla Tv generalista con un documentario su misura. Un fiorentino – in realtà lui è della piccola provincia intorno a Firenze, particolare non di poco conto – che racconta la sua città. Che poi, a pensarci bene, un post ben finanziato a suon di inserzioni su Facebook raggiunge gli stessi spettatori del canale Nove. Poi ci sono altri epigoni, sempre per rimanere in area Pd, come Luigi Marattin che ama fare dirette Facebook dai vari ambienti di ciò che si presume essere casa sua. Esordendo direttamente dallo specchio di una toilet. Indimenticabile la scena nella quale lui, bello, si parla addosso, guardandosi languidamente nello specchio di un bagno mentre si lava le mani. Senza dimenticare Maria Elena Boschi che, oramai, preferisce il primo piano stretto e lo sguardo deciso. Se non fosse che l’accento toscano non pare essere fatto per le dichiarazioni stentoree. Infatti, in quell’accento c’è sempre qualcosa che rimanda alla possibilità di un ripensamento. Nulla a che fare con l’accento lombardo che, di massima, esprime strafottenza. Materia pregiata in tempi di social. E quello ce l’ha Salvini.

Dall’altro lato, troviamo Luigi Di Maio che soffre e parecchio a farle queste dirette Facebook, comprese le foto da sciorinare in giro per i social. Dalla tinta verde Lega del soggiorno di casa Di Maio senior, sino ai pallidi sfondi giallini – si presume si tratti di spatolato veneziano, molto in voga negli anni ’90 – di altri ambienti istituzionali. Non sai mai se legge un gobbo, o impara a memoria quel che dice. Lui ne farebbe a meno, come un De Mita d’antan. Che poi, a ben guardare, si capisce bene da chi ha preso l’allergia alla comunicazione smart da social. Basta guardare il video di quel povero martire di suo padre, costretto a chiedere scusa per vari abusi edilizi, più qualche cartella di Equitalia e lavoratori a nero, che legge quanto scritto su un foglio stretto tra le mani, quasi che da un momento all’altro, per la tensione, potesse strapparlo in due. E che bel colpo sarebbe stato. Salvini lo avrebbe fatto.

In ultimo lei, Giorgia Meloni. È chiaro che il suo social manager la debba inseguire per costringerla a farle fare le dirette facebook, comprese le foto da spargere sui social. Perché lei soffre tanto lo spazio angusto concesso dallo schermo di uno smartphone, per quanto “plus” possa essere. Fosse per lei, starebbe sempre seduta sulla poltrona di “Porta a Porta”, in un bel televisore a 55 pollici. Altra epoca, come la sua acconciatura ondeggiante e fieramente bionda.

Matteo Salvini dicevamo. Lui è il campione, inseguito da tanti piccoli indiani. Perché sbaglia, è tamarro, spiacevole allo sguardo, fuori luogo, goffo, inadeguato al ruolo. Ma fa scuola. Tanto da essere inseguito, imitato, preso a metro di paragone per contare i like, le condivisioni e i commenti. Lui non ha alcuna “bestia”. Quello è un falso mito, creato dai suoi avversari, potenziato dai suoi social manager per fare più paura e creare un qualche straccio di mito. C’è tanta temerarietà, ignoranza e tutto ciò che piace alla bisogna.

Però non puoi lamentarti. Perché se scegli di giocare al suo stesso gioco, poi non puoi accusarlo di essere un opportunista senza cuore.

È il “bimbominkia style”, bellezza. Che un tempo era “politica”.

TAG: salvini
CAT: costumi sociali, Governo, Media, Partiti e politici

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