Tragicommedia in porzioni

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14 gennaio 2019

Ahimè, stavolta non basteranno, ai miei tre o quattro eventuali lettori, cinque minuti per leggermi…mi scuso, ma non ho saputo fare di meglio. Considerato però che è lunedì mattina potete, volendo, surgelarlo e consumarlo in porzioni nel corso della settimana.

Pochade in due atti con un prologo, un epilogo in forma di interrogazione e uno in forma di esortazione

Prologo
L’appello di Cacciari, e centinaia di altre istanze, reclami, rimostranze e lagnanze dal tono non dissimile che leggiamo e, sempre di più leggeremo, sui giornali e sui social forum da qui alle elezioni europee, nascono tutte da una concezione della politica, e prima ancora del mondo, flaccida, priva d’osso genericamente ecumenica ma sostanzialmente corporativa. La cosa non può sorprendere, dal momento che esse rappresentano, punto per punto, il modus pensandi, operandi, vivendi e prima di tutto essendi, da decenni, della “Sinistra” italiana.
Una brodaglia tiepida fatta di Ulivi e Margherite, nella quale galleggiano le sfatte ribolliture del P.C.I. e della D.C. Una sbobba insulsa e maleodorante che, da sempre, viene condita con spezie di ogni genere per turlupinare il cliente e fargliela sorbire. E anche per dargli a bere, in uno con la minestra sempre uguale, che si tratta, in verità, di una ricetta ogni volta differente.
Occhetto ci mise il pepe, Prodi i chiodi di garofano, Bersani la noce moscata e Renzi lo zenzero. Ora, Cacciari, ci mette lo zafferano che costa un fottio e alla fine la condisce col prezzemolo della “Grande Cultura Europea” per distribuirla in catering e servirla nelle mense universitarie.
Purtroppo è sempre la stessa sbobba.
Infatti non si tratta, cari amiconi di sinistra, di “farla finita con Renzi”, come dice Cacciari, e di cambiare, un’altra volta, il cuoco.
Si tratta di cambiare gli ingredienti. Radicalmente.
Io non sono un esperto di filosofia e politica come il professor Cacciari.
Faccio quello che posso e mi aiuto con gli esempi.
Eccone uno.
Banale, lo ammetto. Ma che mostra come, in questa broda insulsa il bianco e il ne(g)ro si confondano e ogni cosa diventi (come le vacche del professore di tutti i professori di filosofia…) ugualmente, sconsolatamente, compattamente nera, indistinguibile, priva di contorni e di definizione.
***
Atto primo
Vivo ai margini della civiltà umana.
Sicilia? Magari!
Sicilia, in senso proprio, sarebbe Palermo, Catania, Siracusa, Messina…pure Agrigento e Ragusa…perfino Enna, diciamo.
Io sto a Caltanissetta.
Un portale che conduce in una dimensione vagamente parallela.
Sicilia all’ennesima potenza, in un certo senso.
Ma, in un altro, lontanissima da ogni possibile Sicilia. O altro luogo terreno.
Eppure anche qui, in questo buco del culo dell’universo, in questa piega anomala della curvatura spazio-temporale, sabato mattina si è svolta, pensate, una “manifestazione antirazzista”. Vorrei precisare che, in loco, siamo, per dirla tutta, antropologicamente oltre ogni Africa e che non credo esistano al mondo negri più negri di noi nisseni…fatte salve, ovviamente, le differenze di classe per cui c’è sempre quello (come il sottoscritto, per dire) più negro del più negro. In aggiunta a questo la mia abitazione, ovviamente periferica anche rispetto alla periferia, sta a non più di duecento metri da uno dei centri di accoglienza più grandi dell’isola, anzi per la precisione un CIE, un centro di identificazione e di espulsione, dove a occhio e croce, dovrebbero finire i peggiori, quelli da non accogliere in nessun caso. Questo non mi ha mai creato nessun problema che non fosse l’incontrare decine di altri negri ogni volta che esco, il che, considerato che io pure, come ho detto, sono un negro, non mi causa pensiero.
Tuttavia così stanno le cose: manifestazione antirazzista.
Va bene.
Risultato della nobile iniziativa? Una trentina di negri nisseni come me (che però non c’ero e mai sono stato sfiorato dall’idea di esserci) e un paio di negri africani.
Era già tutto previsto, come canta il poeta. Ma cambiamo scena.
***
Atto secondo
Basta, chiuso.
Domenica mattina vado in pasticceria per comprarmi tre cannoli.
E’ ancora presto, non c’è molta gente e, fuori, due lavoranti del locale si stanno fumando una sigaretta.
Uno ci ha forse un po’ meno di cinquant’anni, l’altro ne ha la metà.
Il primo tiene banco per via dei capelli bianchi che gli conferiscono saggezza e prospettiva sul mondo e sulla vita, l’altro fuma, lo guarda con rispetto e annuisce, pensoso:
“Cumpà…ieri mi fici na passiata a’ chiazza…c’era na manifestazioni pe’ niuri! Minchia, cumpà…i’ aiu quarantesei anni e avi trent’anni ca travagliu da matina a sira…me muglieri travagliava n’o negozio di xxx- (il nome non lo scrivo) – ca ora chiusi e sinni sta a casa. Nun avimu na lira, c’avimu du figli e nun ci pussu mancu accatari i scarpi…tu na vistu mai manifestazioni pi mi e pi chiddi cumu a mi? I’no. Mai. E ora sti quattru prifissura, cu a cuppula e a bursa, su tutti cacati pe i niuri…ma dimmi na cosa: pi mi si cacavano? Gnacchì!”.
(trad.: amico mio, ieri mi sono fatto una passeggiata in piazza, c’era una manifestazione per i negri. Minchia, amico mio…io ci ho quarantesei anni e da trent’anni lavoro dalla mattina alla sera…mia moglie lavorava nel negozio di XXX che adesso ha chiuso e se ne sta a casa. Non abbiamo una lira, ci abbiamo due figli e non gli posso nemmeno comprare le scarpe…ma tu l’hai mai vista una manifestazione per me e per quelli come me? Io no. Mai. E ora questi quattro professori col cappello e la borsa si cacano addosso per i negri…ma spiegami una cosa: per me si cacavano? Figurati!”).
A questo punto, visto che mi avevano incartato i cannoli me ne sono andato via. Suppongo che, al discorso, avrà fatto seguito anche una dichiarazione o un proposito di voto alle prossime europee e si può facilmente immaginare per chi.
Ripeto, per qualcuno che l’avesse dimenticato: Caltanissetta, Sicilia (o quello che è). Non Domodossola, né Cinisello Balsamo.
***
Epilogo in forma di interrogazione
Ora, vorrei domandare: cosa pensate che direbbero, di lui e del ragazzo che assentiva, i manifestanti del giorno prima? Anzi, siccome parecchi di quei manifestanti li conosco e so che sono brave persone, persone miti, mettiamola così: cosa direbbero moltissimi (la maggioranza…) tra militanti e votanti di quei partiti che rappresentano oggi la “Sinistra” ufficiale di questo paese?
In base ai commenti, alle citazioni, alle spiritosaggini che leggo, e che chiunque può leggere ogni giorno su internet e sui social forum, posso ipotizzarlo con buona approssimazione.
Li definirebbero: barbari, ignoranti, razzisti, rancorosi, odianti-odiosi e risentiti.
Bestie, insomma, che nella scala evolutiva vanno collocate tra il sorcio e lo scimpanzé, sopra il primo ma sotto il secondo perché, pur avendo il pollice opponibile, gliene manca l’intelligenza. Individui che rendono irrespirabile l’aria del benpensante (e benestante) di destra, di centro e di sinistra e gli fanno venir voglia di trasferirsi altrove; per esempio all’estero dove stanno i suoi figli, già bene avviati dopo la laurea e il master in una università americana…oppure in quella graziosa località dove, d’estate, se ne vanno con la moglie in vacanza, o in quell’altra dove possiedono un piccolo chalet, comprato, si capisce, con tanti sacrifici, e da dicembre a gennaio vanno a passare le feste.
Invece che ne dico io che sono un negro?
Dico che, senza allontanarmi di un centimetro dagli altri negri che sciamano dal centro di accoglienza, mi sento tuttavia immensamente più vicino a questo essere subumano che a quei nobilissimi, virtuosissimi, generosissimi, manifestanti.
E soprattutto credo che le sue parole contengano (a prescindere da ogni dichiarazione di voto che potrà aver fatto) una verità dura come il granito; che, di conseguenza, siano essenziali per chiunque voglia tentare di comprendere ciò che sta accadendo in Italia. Fare, insomma, un’analisi politica, come direbbe Cacciari che ne capisce assai, delle proprie minchiate, come aggiungerei io che non ne capisco. Purtroppo nessuno tra i rappresentanti della nostra bella sinistra (ad ogni livello: basso, medio, alto e altissimo, compreso il suddetto professor Cacciari e i suoi simili) sembra però più interessato a farlo.
***
Epilogo in forma di esortazione e saluto
Vorrei aggiungere, per quelli (manifestanti o meno) che s’indignano per ciò che ha detto quel barbaro rancoroso: finitela.
Non con l’antirazzismo, per carità. Anche se l’antirazzismo, come il femminismo, l’ambientalismo, l’antiomofobia e tutte queste nobilissime cose non dovrebbe scarpinare da solo ma procedere insieme (o piuttosto un passettino indietro?) rispetto alla ribellione più irriducibile nei confronti di quell’ingiustizia che ne fonda ogni altra, segna l’ esistenza di quell’uomo e lo rende schiavo, e negro, esattamente come gli uomini e le donne per cui manifestavate.
Ingiustizia che si chiama povertà, anche se nessuno più vuole ricordarsene il nome.
Finitela, dicevo, di chiamare ignoranza, barbarie, rancore, risentimento, odio, la rabbia sacrosanta di chi dalla vita non ha avuto un millesimo di quello che avete avuto voi e ne aveva invece, come ogni altro essere umano, il vostro identico diritto. E se a qualcosa si ha identico diritto e, invece, tu ne godi e un altro no, tu, credimi, stai godendo di un privilegio. Finitela, allora, con le stronzate sulla “Grande Cultura Europea” e su “Adenauer, Schuman e – staminchia!- DeGasperi i padri della Idea d’Europa che parlavano tutti il tedesco” (cit. Cacciari).
Fatela finita, ma davvero e una volta per tutte.
Lo dico, credetemi, anche per il vostro bene.
Perché se continuate così consegnerete questo cazzo di paese alla merda fascista e al fango razzista, a questi figli di puttana che già riprendono a parlare di “terroristi comunisti” senza che nessuno gli ricacci in gola le loro deiezioni…non agli incazzati, ma ai cinici che quella incazzatura utilizzano e se ne infischiano che sia giusta o sbagliata.
E vi consegnerete voi stessi, disarmati, nelle loro mani.
Smettetela di scendere in piazza solo per ciò che vi mette la coscienza in pace e di inalberarvi, invece, fieramente se tolgono un euro dalla vostra dorata pensione.
Smettete di chiamare lo sfruttato che non ne può più e non chiede che di ribellarsi: “razzista”.
Perché se lo fate offendete voi, prima che lui.
Lui è sempre stato un negro, credetemi, e nemmeno sa che cosa sia razzismo, come invece lo sapete voi che negri non lo siete mai stati e non lo sarete mai. Anche se a voi, così intelligenti, ragionevoli, moderati, sembra che lo pratichi, anche se inconsapevolmente se ne fa strumento.
E, se ha fatto degli errori, li ha anche scontati. Tutti, con gli interessi. E continuerà, non ne dubitate, a scontarli.
Che ne dite?
Voi, piuttosto, avete scontato i vostri?
Siete sicuri di meritare i privilegi di cui godete?
E intendo: anche il vostro raziocinio, la bella cultura umanistica, il quieto buonsenso, la pacata certezza con cui giudicate uomini e cose, insomma la vostra mite ferocia?
Meritate proprio tutto?
Era una domanda retorica…sì, certo, ne siete sicurissimi; dal momento che oramai siete diventati (so anche questo) degli impavidi paladini della meritocrazia, della cui benefica efficacia, voi e i vostri figli, siete tutti, indistintamente, fulgidi esempi.
Ma so anche, ve lo dico da immeritevole, che questo potrebbe perdervi, perché sospetto che Rousseau avesse ragione quando scriveva: “Ecco l’errore da temersi di più, il più difficile da distruggersi: quello di chi, sentendosi più felice di un altro, si crede anche più degno di esserlo.”
E so infine un’altra cosa, di cui pero, in tutta franchezza, non me ne fotte un cazzo.
So che, adesso, finalmente, potrete definire razzista pure me (rancoroso, risentito, cane arrabbiato e ignorante…li avevo messi già in archivio da un pezzo).
Però, pur essendo la cosa più vera che potreste dirmi, non direte mai, né di me nè di quell’altro scimpanzè che mi è sodale, amico, fratello e per più di un verso è me stesso, che siamo negri.
Perché negro (vero?) non lo dite mai a nessuno.
Au contraire…il fatto che invece questo negro che scrive usi la parola tabù, NEGRO, e lo faccia spudoratamente, già ai vostri occhi lo rende intollerabile.
Ma io e lo scimpanzè, vedete, siamo, sì, negri e fratelli dei negri…solo che la nostra pelle è, per un caso geografico, un poco più bianca della loro.
Siamo ambedue negri di Caltanissetta, insomma, ai quali non si può neanche dire che sono propriamente negri.
Vacche nere nella nera notte.

TAG: Cultura, immigrazione
CAT: costumi sociali, immigrazione

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