La panchina rossa e la misura minima della libertà

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8 maggio 2020

Esco dal portone di casa e già avverto un po’ d’ansia precedere i miei passi. Qualche metro e mi affaccio sul campo. Mi trattengo dal correre e annuso l’aria quasi ad avvertire un segno, un presagio. Costeggio il campanile che fa da spartiacque con l’altro campo, quello della chiesa dei Mendicoli, in questo scampolo isolato di Venezia in cui vivo, che ora è tutto il mondo a cui ho accesso. Mi fingo una comune passante con mascherina, una donna che si sta dirigendo verso le mete ambite in questi tempi di confinamento, il panificio, il giornalaio, il banco di verdure di Santa Marta.
Non voglio far trapelare il mio segreto. Che tuttavia non è affatto al riparo. Così, dopo qualche delusione, ho imparato a difendermi. Non salgo subito i gradini del ponte. Giunta sopra, ormai a pochi passi dall’oggetto del mio desiderio che da lì, grazie all’altezza, si mostra in piena visibilità, lo sconforto sarebbe troppo forte. Così proseguo di pochi metri e con calma, trattenendo il respiro, mi giro e supero con lo sguardo il canale che separa il rialzo del terreno su cui si erge l’attuale sede dell’Università di Architettura, prima gloriosa manifattura tessile, il Cotonificio Veneziano. E finalmente ruoto la testa e la vedo. Ho un sussulto di felicità, dentro di me risuona anzi canta un aggettivo: libera!

È lei, la panchina, la mia ancora di salvezza in questi lunghi giorni di confinamento. Salgo il ponte e mi siedo con un libro, quello giusto, leggo al sole o al vento, scaldandomi o rabbrividendo. Rifletto e penso. Le parole si amplificano, mi trasportano altrove, superano i muri entro cui siamo tutti reclusi per necessità. Questa panchina è la misura minima dello spazio pubblico che mi è consentita ma mi offre un territorio vastissimo. È una zattera. È una poesia di legno e ferro.
Salgo il ponte e mi dirigo verso di lei. È rossa e mi scalda il cuore.

Mi muovo circospetta e insieme rapida per scoraggiare possibili concorrenti. Non la meritano. Sono distratti, parlano al cellulare ad alta voce, digitano compulsivamente i tasti, fanno confusione. La panchina rossa per loro è solo un appoggio, nient’altro che un appoggio. Io sono un tutt’uno con la panchina rossa.
Se mi hanno preceduto, la prendo quasi come un affronto personale. Li guardo seduta sulle panchine del campo al di là del canale, li guardo male, spero se ne accorgano e se ne vadano. Sono abusivi, fuori posto o non sanno in che posto sono.
Lì c’è il presente e il passato che dialogano e io li ascolto seduta su quella panchina, a fianco del muro di mattone del Cotonificio con la grande scritta che campeggia, “Istituto Universitario di Architettura di Venezia”, mentre l’austera bellezza della chiesa dei Mendicoli si spande tutto attorno e circonda la sottile colonna sormontata da un leone mansueto e i pochi alberi che la riparano.

Talvolta il parroco si siede nella panchina di fronte all’apertura della sua chiesa. Legge anche lui. Ci salutiamo con un cenno di mano, il libro e il silenzio ci uniscono e ci sorridiamo complici.
Qualche giorno fa l’ho incontrato, sono una sua parrocchiana non credente, ma ci conosciamo bene. E lui è un uomo gentile e senza pregiudizi. Mi ha chiamato: – Ah la lettrice! – Poi, a cementare il segreto che condividiamo, ha aggiunto: – Le persone ci disturbano con le chiacchiere -. L’avrei abbracciato.
Giorni fa mio marito è tornato dal panificio. Gli ho fatto un cenno perché venisse a sedersi vicino a me, a leggere il giornale. Era un atto d’amore. Ma il suo cellulare ha squillato sulla panchina rossa. Ha risposto e si è allontanato. Sentivo la sua voce risuonare il quel silenzio perfetto, nel mio silenzio.
Quel rumore assediava la panchina rossa, mordeva le sue gambe di ferro, risaliva lungo le fasce di legno, distruggeva l’incanto, erodeva la mia scarna libertà. L’ho guardato con odio. Ha capito e se ne è andato.
Ho ripreso a leggere, covando risentimento.
La panchina mi restituisce tutto quel che sono ora, quel che riesco a essere nonostante: una donna che legge, pensa e talvolta scrive all’aperto. In questo angolo, sopra il pezzo di cielo che mi è consentito, in cui posso vedere passare dei miei simili, riesco ad afferrare parole, discorsi, risate, maledizioni. Posso salutare ed essere ricambiata.
La misura minima del mondo che ci spetta, fuori dalle case, belle, brutte, piccole o grandi, pur sempre solo case chiuse e rinchiuse.
Mi infastidisco per le chiacchiere della gente che però mi rassicurano, sbuffo per i bambini che giocano a fianco della panchina rossa ma in fondo li benedico in cuor mio per la loro esistenza e per il gioco che è uguale a quello della mia infanzia. Vedo passare pigramente le poche barche, a motore o a remi, e talvolta la panchina diventa il mio salotto, pronta ad accogliere, pur mantenendo la misura di sicurezza, un’amica cara, giunta sin qui a trovarmi.
Senza questa panchina e senza la libertà che mi dona, sarei rimpicciolita, svuotata di me e del mondo, che pur ristretto alla misura minima è bello.

Bello mondo questo ricordo,
questo io lo ricordo
bello, molto bello mondo, con cielo
diurno e notturno… (Mariangela Gualtieri)

TAG: coronavirus, Cultura, cultura ai tempi della crisi
CAT: costumi sociali, Letteratura

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