Esegesi del commentatore medio-2

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5 maggio 2019

Il secondo commento che ho scelto comincia in modo traballante ma non insensato: tra i massacratori della Diaz e Lavinia c’è stata, dice, una certa qual “disparità di trattamento” e “le due violenze” (sic!) sono “diverse per gravità”. Inizio promettente che però esala la ragionevolezza in un sospiro. Non ne segue, infatti, che privare del sostentamento un’insegnante per avere imprecato durante una manifestazione, fuori dalla scuola e fuori dall’orario di lavoro, gridi vendetta al cielo (non per un anarco comunista ma per qualsiasi liberal con l’immaginetta di Jefferson sul comodino). Anzi, quella ghirlanda fiorita si rivela una decorazione per la mia corona di spine: “Io non ho mai insultato né un insegnante né chi mi ha multato per la mia guida: quindi giustificare gli insulti chiedendo retoricamente chi non lo ha mai fatto, non ha validità: io non l’ho mai fatto quindi questo argomento è un espediente retorico”. A seguito di questa lezione di ars rhetorica for dummies mi si manda all’inferno (girone degli attentatori alla libertà di espressione) perché, prevedendo ciò che sarebbe successo, ho avuto la debolezza di una preghiera: “VORREI TANTO esentare imbecilli e benpensanti dai commenti MA SO CHE SI TRATTA DI UN’ESENZIONE INUTILE”.

Ora, io VORREI TANTO che, chi legge, leggesse quello che scrivo e non quello che lui vorrebbe che scrivessi MA SO CHE SI TRATTA DI UN DESIDERIO INESAUDIBILE. Almeno fino a che non si esercita la distinzione (retorica) fondamentale tra modo ottativo e modo imperativo. Per dire: AVREI TANTO VOLUTO ESENTARMI dal rispondere a commenti come questo MA ALLA FINE NON L’HO FATTO.

Perché non è sempre vero che “i sogni son desideri” mentre è spesso vero il contrario: i desideri, ahimè, son solo sogni.

Ad ogni modo non è l’ars rhetorica che qui interessa, quanto il manifestarsi di un altro formidabile “modus progressista”: la vocazione a percepire attentati alla libertà di espressione dove non ci sono né possono esserci e, al contrario, l’incapacità di vederli là dove invece, come nel caso di Lavinia, sono patenti.
E oltre a questo la persuasione di appartenere ad una categoria che, pur non potendo ancora essere definita angelica, è tuttavia sulla buona strada per diventarlo. Dal che deriva la convinzione, nel caso del primo commentatore, di non essere chi è. O, in questo caso, di non pensare ciò che pensa. Una forma, insomma, di rimbambimento metafisico.
D’altra parte qualora alla faccia di Sigmund Freud lo si considerasse davvero immune da cattivi pensieri, la conseguenza sarebbe che, in quanto Santo Senza Macchia né Peccato non lo si potrebbe considerare minimamente rappresentativo del cucuzzaro umano. E, vorrei aggiungere, in tal caso la fragranza di patchouli del suo PP (Purissimo Pensiero) risulterebbe, almeno per il sottoscritto, altamente tossica. Come si dice? “Il paradiso va bene per il clima…ma per la compagnia meglio l’inferno”.

TAG: Cultura, Facebook, giornalismo, italia, Lavinia Flavia Cassaro, politica
CAT: costumi sociali, Media

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