Facebook e il professore

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1 novembre 2018

Parlare degli intellettuali utilizzando il plurale diventa ogni giorno più difficile.

Il carnevale dell’intellighenzia autorizzata non è mai stato, è vero, così vario, rutilante, rumoroso e mai essa si è messa in mostra e in vendita con la stessa spudoratezza.

C’è la maschera dell’intellettuale di sinistra e quella dell’intellettuale di destra, la maschera dolente del pessimista e quella sorridente dell’ottimista, ironica e ridanciana o riflessiva e tetra. Tra i due estremi, senza soluzione di continuità, tutte le possibili varianti espressive.

Dietro quelle maschere di assortimento strabiliante, tuttavia, c’è quasi sempre la stessa faccia.

Per rilevare tale identità internet può essere d’aiuto.

Si provi a visitare la pagina facebook di due intellettuali (noti) su posizioni politiche opposte. Il modo in cui uno strumento è usato dice tutto del suo utilizzatore e si verificherà facilmente che non ci sono differenze nella maniera in cui ambedue gestiscono il loro profilo.

Certo, le opinioni che emergono appaiono diverse (almeno in superficie) ma questa è, appunto, la maschera. Essi utilizzano internet in modo sostanzialmente sovrapponibile: un tamburo per segnalare più forte possibile la loro presenza alla tribù mediatica.

Nessuna elaborazione intellettuale adeguata al mezzo, come legittimamente ci si aspetterebbe da chi viene definito e ama definirsi “intellettuale”.

Nessun contributo nel senso e nella forma che lo strumento richiede.

Solo stantia autopromozione: link ad articoli o saggi pubblicati altrove, locandine di conferenze, di lezioni, di seminari, qualche foto di copertina, qualche video penoso.

La maggior parte, però, non si esime, in ogni occasione, dal tenere lezione di vita a chi, in fin dei conti, usa quel medium in modo, sì stupido, ma meno ipocrita di loro, né di parlare della “barbarie” di facebook a cui, rendendola un insulso contenitore di marchette, essi contribuiscono più di ogni altro.

Nel migliore dei casi post ridicoli, redatti con lo snobismo incongruente di chi non ha la minima idea di ciò che si trova tra le mani né di come maneggiarlo.

Ne emerge un modo identico, venale, meschino e qualunquista, di relazionarsi alla realtà virtuale (ma, temo, non solo virtuale) e, insieme, l’incapacità di concepire, esprimere, elaborare contenuti adeguati per una cultura della polis e di farlo nella forma che, oggi, la polis richiede. Questo potrebbe sorprendere, in intellettuali che della predica “politica” fanno spesso il cardine della loro produzione.

Ma la predica politica non ha nulla a che vedere con una politica culturale né con una cultura politica. Direi anzi che ne è la negazione.

Questa insulsaggine virtuale è lo specchio del rapporto che essi intrattengono poi (o prima) con il mondo reale: un rapporto di pura manutenzione.

Sono i manutengoli dello status quo.

Credono di servirsene e ne sono i servi.

TAG: Cultura, giornalismo
CAT: costumi sociali, Media

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