No, signor Illy, non siamo tutti sullo stesso yacht

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13 Agosto 2018

Osservo il mondo che, di spalle, si allontana e non solo non affretto il passo per raggiungerlo ma colgo ogni occasione per attardarmi, rallentare, riposarmi.

Ad ogni curva mi illudo di riuscire, finalmente, a perderlo di vista ma al primo rettilineo riappare un poco più lontano.

Eppure le sue dimensioni aumentano!

Non so se per illusione ottica, perché la mia vista peggiora o solo perché lui sta diventando più obeso.

Tra me e quel pachiderma non c’è comunicazione di sorta, non ci parliamo neanche a cenni, le nostre relazioni si riducono a quei vaghi contatti visivi ma quel che intravedo mi fa sempre più schifo.

Su quella massa gelatinosa pullulano parassiti di ogni genere: razzisti, ipocriti, fascisti, cinici, profittatori…si riproducono a un ritmo spaventoso e, avendo occupato la superficie disponibile, continuano a proliferare accatastandosi; potrebbe essere proprio questa la ragione dell’aumento della sua circonferenza.

Una volta non ero solo lungo questo sentiero.

C’erano altri insieme a me.

Ora deve essere successo qualcosa. Chi camminava con me è corso avanti, attratto da quel corpo gelatinoso come un pianeta da un buco nero. Qualcuno l’ha già raggiunto, si è spiaccicato sulla sua superficie ed è oramai indistinguibile dalla massa brulicante che la ricopre; qualche altro gli sta alle calcagna e da un momento all’altro lo raggiungerà per fare la fine degli altri.

Io perciò mi tengo a distanza e spero, un giorno, di perderlo di vista definitivamente. I vecchi compagni di viaggio mi chiamano: non ti attardare, dicono, o rimarrai troppo indietro! Non sanno che restare indietro è proprio quello che voglio.

”We’re all in the same boat!” urlano, rivolti, alternativamente, a me e al formicolante agglomerato che follemente ci cammina innanzi.

Devono essere rincitrulliti loro oppure io, perché se un tempo un milionario, guardandoti negli occhi ti avesse sussurrato mellifluamente “We’re all in the same boat!” gli avresti risposto molto semplicemente: vallo a dire a quella buttana di tua sorella. Invece (ferma restando la cialtroneria della solita canaglia che censura e manganella) vedo quelli che una volta camminavano con me sdilinquirsi per questo slogan del cazzo, scritto su un manifesto del cazzo, sponsorizzato da un milionario del cazzo, che produce caffè del cazzo (che costa molto più di un cazzo) come se in quelle sette parole fosse contenuta una verità del cazzo.

Eppure, un tempo, lo sapevamo tutti.

Sapevamo tutti che è vero esattamente il contrario: non siamo e non siamo mai stati “all in the same boat”; migranti ammassati sui gommoni, quelli come me su un pedalò, altri su un cabinato, la signora Abramovic su uno yacht e il signor Illy sul transatlantico.

E sapevamo tutti che ripetere questa stronzata non fa altro che avvicinarci sempre di più a quella massa ripugnante di insetti che già ricopre il corpo del mondo.

Quale terapia farmacologica, quale ipnosi, quale infida lobotomia ce l’ha fatto dimenticare?

TAG: Cultura, immigrazione
CAT: costumi sociali, Media

6 Commenti

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  1. clavenz 2 anni fa

    Il tema della barca che ospita tutti e tutte lascia spazio a diverse interpretazioni. La più negativa, per me, è la distinzione tra ponte di comando e sala macchine. Aria fresca e vista serena per il primo posto, sudore e fatica per il secondo. Ma saltiamo ad un altro aspetto della frase senz’altro ambigua: quello ecologico. Allora chi potrebbe negare che siamo, grosso modo, tutti e tutte abitanti di un pianeta unico e irripetibile? Se questo è il messaggio che si legge in quelle parole, l’astio verso il ricco e vincente Andrea Illy (fratello minore del più noto Riccardo, politico altezzoso e ora perdente) si può trasformare in qualcosa di diverso. Di sostenibile e di necessario. Se poi il riferimento è alle barche stracariche di merce umana sfortunata, si può leggere come un monito a ricordarsi un fatto semplice: siamo anche noi su quel gommone traballante e precario. Se crediamo di poter vivere tranquillamente e farci gli affari nostri mentre a migliaia affogano ogni anno nel dolce Mediterraneo non teniamo conto dei contraccolpi di questo massacro che pacificamente stiamo perpetrando con l’appoggio al la difesa assassina dei nostri presunti privilegi. I conti, quelli veri e spietati, torneranno e ce ne renderemo conto. I popoli disperati capiranno che la causa principale delle loro condizioni insopportabili sta nel Vecchio Continente, già colonialista e adesso sfruttatore senza scrupoli. E cinico difensore dei propri confini disumani. E, come oggi il dolore colpisce i migranti in quanto tali, domani potrebbe succedere agli europei. Anche a quelli che non hanno responsabilità dirette nello stillicidio di morti e di torturati. E non ci potremo sorprendere né lamentare per l’ingiustizia della generalizzazione delle responsabilità che compenserà la mole di sofferenza procurata dai nostri governanti. E contro i quali solo pochi protestano e si muovono concretamente.

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  2. clavenz 2 anni fa

    Il tema della barca che ospita tutti e tutte lascia spazio a diverse interpretazioni. La più negativa, per me, è la distinzione tra ponte di comando e sala macchine. Aria fresca e vista serena per il primo posto, sudore e fatica per il secondo. Ma saltiamo ad un altro aspetto della frase senz’altro ambigua: quello ecologico. Allora chi potrebbe negare che siamo, grosso modo, tutti e tutte abitanti di un pianeta unico e irripetibile? Se questo è il messaggio che si legge in quelle parole, l’astio verso il ricco e vincente Andrea Illy (fratello minore del più noto Riccardo, politico altezzoso e ora perdente) si può trasformare in qualcosa di diverso. Di sostenibile e di necessario. Se poi il riferimento è alle barche stracariche di merce umana sfortunata, si può leggere come un monito a ricordarsi un fatto semplice: siamo anche noi su quel gommone traballante e precario. Se crediamo di poter vivere tranquillamente e farci gli affari nostri mentre a migliaia affogano ogni anno nel dolce Mediterraneo non teniamo conto dei contraccolpi di questo massacro che pacificamente stiamo perpetrando con l’appoggio al la difesa assassina dei nostri presunti privilegi. I conti, quelli veri e spietati, torneranno e ce ne renderemo conto. I popoli disperati capiranno che la causa principale delle loro condizioni insopportabili sta nel Vecchio Continente, già colonialista e adesso sfruttatore senza scrupoli. E cinico difensore dei propri confini disumani. E, come oggi il dolore colpisce i migranti in quanto tali, domani potrebbe succedere agli europei. Anche a quelli che non hanno responsabilità dirette nello stillicidio di morti e di torturati. E non ci potremo sorprendere né lamentare per l’ingiustizia della generalizzazione delle responsabilità che compenserà la mole di sofferenza procurata dai nostri governanti. E contro i quali solo pochi protestano e si muovono concretamente.

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  3. rebert 2 anni fa

    Non ho dubbi che Ugo Rosa abbia scelto di rimanere indietro, non nel linguaggio, però, molto in linea con questi tempi alquanto triviali.

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  4. ugo-rosa 2 anni fa

    Crede male, signora Renza Bertuzzi, il mio linguaggio è di ascendenza rinascimentale:
    “Non fa mestier pulire il culo se non siavi lordura; ma lordura non vi può essere se non dopo cacato; e dunque: primum cacare deinde culum astergere”
    Francois Rabelais, Gargantua (XVI secolo)
    Lo legga, signora, lo legga…è un antidoto contro uno dei malanni più devastanti “di questi tempi alquanto triviali”: il perbenismo ipocrita.

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  5. rebert 2 anni fa

    Grazie, signor Rosa, del complimento. Mi piace essere perbenista, in un mondo di furbi, scafati e ” permalisti” . Quanto alle ascendenze del suo linguaggio, perdonerà la mia ignoranza ma più che quello di Rabelais mi è sembrato ricalcare il profluvio volgarotto e banale che impera ovunque oggi.
    A meno che non si voglia suggerire che i vari vaffa che contornano il nostro vivere insieme siano anch’ essi di ascendenza rinascimentale…

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  6. saulagana 2 anni fa

    La lettura che viene data del manifesto (e del messaggio) della Barcolana in questo articolo è riduttiva, a mio parere. E lontana dalle intenzioni che hanno portato a proporlo. La mia è un opinione, vale quello che vale.
    Ma se proprio vogliamo ridurre il ragionamento, allora io andrei sul pratico:
    1. l’evento in questione, la Barcolana appunto, ha risonanza mondiale da alcuni anni(dall’anno scorso è la manifestazione velica più numerosa al mondo).
    2. Porta un indotto enorme alla città di Trieste e al territorio che la circonda, per un raggio di almeno 70 km (provate a trovare un posto letto in hotel nel we del 13-14/10 tra Capodistria e Grado, se ci riuscite ve lo pago io, provate a sedervi per mangiare la settimana precedente l’evento)
    3. L’azienda illy(che ha voluto e, presumo, pagato l’operazione. Ma posso informarmi se richiesto) non fa mai una campagna senza che il ritorno sia globale e coinvolga positivamente tutti gli attori in gioco
    4. Le mie fonti, giornalistiche, assicurano che il ritorno provocato dal manifesto è stato notevole. Com’era nelle aspettative: ne hanno parlato fino alla Nuova Zelanda.
    Insomma tra manifestazione sportiva, evento sociale ed economico si tratta di un progetto virtuoso e win-win.
    Migranti, paralleli tra il ricco miliardario e il povero cristo, mi paiono ragionamenti molto basici, più da social alla FB per capirci. Peccato, mi aspettavo e speravo qualcosa di più.
    Last but not least il caffè illy è, probabilmente, il migliore in circolazione: i chicchi sono raccolti a mano, uno per volta e i coltivatori fornitori sono pagati di più di chiunque altro.
    A scanso d’equivoci non bevo caffè, non mi piace, non lavoro alla illy, non conosco la famiglia e sì, il dott. Rosa ha ragione quando lascia intendere che illy è un po’ st…..o. Riccardo però, non Andrea.

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