Il dialogo come imbroglio

:
13 Dicembre 2018

Tra il parlarsi e il comprendersi non esiste rapporto di causa ed effetto.
Questo lo si sapeva da molto prima che facebook rendesse la cosa di pubblico dominio. Se io parlo, o scrivo, in italiano e tu parli, o scrivi, in russo ma né io conosco il russo né tu l’italiano, la comprensione tra noi si fa problematica.
Rimane tuttavia ancora possibile…ma solo se, consapevoli di parlare una lingua che l’altro non comprende, mettiamo in atto qualche espediente (gesti, interiezioni, onomatopee, espressioni del viso…) che, in un modo o nell’altro, tenti di illustrare il significato di quel che diciamo.
Parlarsi e comprendersi, invece, diventano termini tra loro addirittura incompatibili quando siamo persuasi di esprimerci nella stessa lingua ma le parole che usa l’uno, pur essendo uguali a quelle dell’altro, hanno un significato differente.
Quando il benestante, per esempio, lamenta di non poter tirare avanti con meno di quattromila o cinquemila euro al mese, usa i medesimi significanti che userebbe chi intravede la pensione minima o il reddito di cittadinanza come un eden, ma i significati non hanno nulla da spartire.
In tal caso il dialogo, perfino se condotto in buona fede, diventa pura finzione e lascia il tempo che trova, cosa trascurabile per il benestante, che il tempo lo trova buono, ma non per l’altro, che lo vorrebbe diverso.
Persistere in questa finzione dialogica non è dunque a costo zero, perché non solo riduce la comunicazione a chiacchiera, che è l’autismo del dialogo, ma penalizza sempre l’interlocutore più debole, spunta le sue armi dialettiche.
Così, nel migliore dei casi, l’altro, gli accorderà la stessa, vaga, pennellata di simpatia che riceve il cieco dal vedente, il tetraplegico dal deambulante, il migrante dal cantante.
Proprio in questo focolaio d’infezione si annida la malattia del linguaggio “politicamente corretto”, idioma catatonico nel quale significato e significante si relazionano inconsultamente.
Ma il peggio è che trasformando il conflitto sociale in mero “dialogo tra uguali” e trasportandolo sulla patina epidermica del “dibattito politico-culturale”, è stata svenduta la dignità degli ultimi.
Come mostrano i Gilets Jaunes (che le teste pensanti nostrane hanno, naturalmente, provveduto a identificare con quei padroncini affiliati alla malavita locale che furono i Forconi, consegnandoli sdegnosamente alla Le Pen, ai “populisti” e ai “sovranisti”…) nulla, giusto o sbagliato che sia, si ottiene “dialogando” amabilmente con un potere ottuso, arrogante e arroccato nella difesa del privilegio.
Perché il dialogo vero si fonda sulla profondità storica di ciò che Braudel ha definito la “Vita materiale”, la dove le parole si legano alle cose e dove oppressi e oppressori, ricchi e poveri, benestanti e indigenti, divisi da faglie geologiche, non parlano mai la stessa lingua, neppure se ne condividono le parole.

TAG: Cultura, politica
CAT: costumi sociali, Media

Nessun commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

CARICAMENTO...