Il lavoro rende liberi?

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13 Settembre 2018

“Lavoro” non è parola gentile.

La sua radice sanscrita è la stessa di “rabbia” (Rabh, poi divenuta Labh e trasposta in Arbh nel gotico e nell’alto tedesco, da cui “Arbeit”) e tiene annidata la sopraffazione e la violenza del “prendere afferrando” e dello “ottenere impossessandosi”, trattiene in sè l’ignominia del servaggio (nello slavo antico rab-ǔ è “servo” e in boemo rob-ota è lavoro servile).

Lo intuivano gli aguzzini di Auschwitz che quella parola usarono nel modo grottesco che sappiamo.

L’accezione che ne dà però, in questo caso, il sadismo nazifascista non è dovuta esclusivamente alla sua ferocia.

Essa si rende possibile grazie alla mutazione che nella parola si produsse, secoli prima, con il trionfo della mentalità mercantile. Prima del suo avvento sentenziare che “Il lavoro rende liberi” non sarebbe apparso frutto di diabolico sarcasmo ma solo di pura e semplice demenza. Le risonanze diaboliche di quel motto sarebbero state irrilevanti e irrilevabili.

Questa affermazione acquista la sua eco sinistra solo perché può far leva sulla comune, quotidiana, concezione secondo cui il lavoro, nel mondo del mercato, rende “davvero” liberi. Perciò, affermarlo dietro il filo spinato di un lager, appare inusitato e dirompente.

Il cancello di Auschwitz, insomma, cigola paurosamente solo grazie a quel “lavoro libero” che il mercato ha sempre esibito come la sua più grande conquista.

Ma perché il mercato pretende il lavoro “libero”?

Per idealismo?

Per inclinazione morale?

Per volontà di giustizia?

Ma quali siano i suoi ideali etici è sotto gli occhi di tutti!

Lo fa in realtà per la stessa ragione per cui riduce ogni oggetto a merce.

Il mercato non vuole sentir parlare di quel “servaggio” che al lavoro è consustanziale; tutti gli uomini, nella concezione del mondo che ne deriva, devono essere “liberi e uguali”.

Per rifarsi a un’immagine classica dell’economia politica: è irrilevante che un euro venga speso da un visconte o da un lavacessi.

Purché sia speso.

Inoltre, in regime di “libero” mercato (e dunque di concorrenza) è assolutamente necessaria una massa di consumatori indotti con ogni mezzo ad effettuare una scelta che deve però apparire, a tutti i costi, “libera”, soprattutto quando non lo è.

Ne va del senso stesso del sistema.

Questa “uguaglianza” si riflette in quella imposta dalla trasformazione di ogni oggetto e valore in merce virtualmente identica ad ogni altra in quanto considerata, sempre, come valore di scambio e mai (o in ultimissima istanza) come valore d’uso.

Solo grazie a questa uniformità, infatti, le merci sono assoggettate a quell’equivalente generale che le omologa: il denaro.

E’ l’idealizzazione (e l’ideologizzazione) del lavoro, dunque, a stare a fondamento della barbarie.

Il lavoro, da dolorosa necessità di cui liberarsi al più presto, si trasforma in stile di vita rendendoci “robot”: bravi lavoranti servili.

E’ perciò proprio sulla tanto celebrata etica del lavoro che si fondano lo sfruttamento e l’oppressione.

TAG: Cultura, Lavoro
CAT: costumi sociali, Media

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