Intellettuali engagés

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20 Luglio 2019

Il sostantivo “invidia” che una volta si accompagnava all’aggettivo “sociale” e, nel clima odierno di generalizzata smobilitazione linguistica, neanche più a quello, è oramai diventato di uso corrente. Serve a definire quasi ogni rivendicazione che non sia una richiesta di elemosine e si associa all’altro sostantivo de chevet dell’intellettuale da gazzetta: il rancore. Se un “perdente” (l’uso di quest’altra parola magica è già tutto un programma) denuncia l’ingiustizia che lo ha reso tale, allora, è un piagnone, un “invidioso” e un “rancoroso”. Il “rancore” esaurisce, in quel vocabolario, qualunque forma di ribellione concreta nei confronti della sola, reale, ineguaglianza tra gli esseri umani; o, almeno, di quella che fonda tutte le altre, l’ineguaglianza economica, non contemplata in una concezione del mondo che prevede solo invidiosi ed invidiati, vincenti e perdenti.
Ogni altro tipo di indignazione invece (cani abbandonati, licenziamenti o riduzioni di cachet per comici e conduttori già plurimilionari, toccamenti di culo hollywoodiani ecc.) è bene accetta e, addirittura, pretesa. Se sei restio ad indignarti diventi un tipo sospetto.
Che poi quelle indignazioni planetarie e cumulative si rivelino, spesso, produttrici di una caccia alle streghe che farebbe morire d’invidia il senatore McCarthy e, sempre, lascino una scia di stupidità e conformismo va annoverato tra i danni collaterali.
Anche se la cattiva coscienza impedisce di riconoscerlo si tratta di preferenze linguistiche che scavano una trincea semantica protettiva intorno a quegli interessi dei quali l’intellighenzia istituzionale, quando non direttamente compartecipe, è almeno serva privilegiata. Sono luoghi comuni che svolgono, dal catechismo in avanti, un ruolo culturale decisivo per la rassegnazione alla ineguaglianza.
La malafede però non c’entra nulla. L’efficacia di questi luoghi comuni, infatti, è tanto maggiore quanto meno essi sono riconosciuti come tali da chi se ne fa portavoce; anzi è proprio quel disconoscimento alla fonte che apre la strada alla nientificazione diffusa del pensiero autonomo.
Perciò la scrittura dell’intellettuale progressista è diventata epigrafica e sentenziosa.
Si fa testimonianza di una eco proveniente dalla notte dei tempi: rancore…invidia…odio.
Parole a risonanza biblica, slogan millenari che impostano mitologicamente il sociale proiettandolo in una zona di sicurezza in cui il piccolo uomo si sente preda di forze più grandi di lui e si rassegna.
La visione del mondo del progressista viene cosi’ a sovrapporsi quasi in ogni punto (fatta eccezione per quel “laicismo” che funge ormai da foglia di fico) a quella del baciapile (“invidia, odio e rancore” sono esattamente le stesse parole con le quali il berlusconismo ha costruito le sue fortune presso benestanti e servi con aspirazioni padronali).
Da quest’ultimo, ormai, non si prendono le distanze neppure per mostrare al mondo di essere imbecilli in proprio e non per conto terzi.

TAG: Cultura, giornalismo, politica
CAT: costumi sociali, Media

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