Italiani brava gente

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11 Febbraio 2018

“Occorre affrontare intanto questo spettacolo inatteso: lo streap tease del nostro umanesimo. Eccolo qui tutto nudo, non bello: non era che un’ideologia bugiarda, la squisita giustificazione del saccheggio…l’élite rivela così la sua vera natura: una banda di malfattori. I nostri cari valori perdono le ali; a guardarli da vicino non se ne troverà uno che non sia macchiato di sangue.”

Jean Paul Sartre, prefazione a “I dannati della terra” di Frantz Fanon

C’è una frase che si sente di frequente: “L’Italia non è mai stata razzista”.

Fa il paio con un’altra frase che, non potendo ricalcarla punto per punto (dire “L’Italia non è mai stata fascista” è ancora un po’ prematuro…) si limita ad affermare che “Il fascismo è roba del passato”. A dirlo, naturalmente, sono, in primo luogo, i razzisti e i fascisti. Ma si tratta ormai di affermazioni che rasentano il luogo comune. Alla prima si fa seguire la precisazione che, semmai “il paese è esasperato” e che qualcosa di vagamente simile al razzismo (…diciamo una cosa all’italiana…) potrebbe “forse” prendere piede se non si provvede subito con qualche forma di apartheid.

L’Italiano medio si sente, così pare, “sotto pressione”.

E quale sarebbe la ragione di questa sindrome da stress razziale?

Che ci sono troppi negri in giro.

Il ragionamento funziona così:

A) Gli italiani non sono razzisti

però

B) I negri sono troppi

di conseguenza

C) Gli italiani diventano razzisti

Non c’è bisogno della logica formale per capire che solo un cervello (per così dire) come quello di Salvini o della Meloni poteva inventarsi questa parodia di sillogismo. Eppure a enunciarlo, in Italia, si fa un figurone. Ma, per dirla con parole grosse, in base alla logica formale, questo non solo non è un sillogismo, non è neanche un entimema (sillogismo la cui premessa non è certa ma solo probabile). E’ piuttosto un esempio strutturato di contradictio in adiecto. Se la premessa fosse vera sarebbe falsa la conclusione e se invece la conclusione è vera, allora, è falsa la premessa. Non essere razzisti e diventarlo, infatti, si escludono a vicenda.

Non si diventa razzisti.

Ovvero lo si diventa (e si può diventarlo) solo quando lo si è già.

Conosco bene questi italiani che “non sono e non sono mai stati razzisti” ma “potrebbero diventarlo”. Anzi, li conosciamo tutti. Volenti o nolenti. Li si vede a messa, li si incontra allo stadio, al supermercato, dal parrucchiere, nelle riunioni di condominio. Sappiamo cosa pensano o credono di pensare, non si fanno pregare per urlarcelo nelle orecchie. Gli esemplari più rappresentativi sono insediati in ogni programma televisivo.

E sappiamo che se qualcosa sono diventati, lo erano già da prima.

Solo che mancava, a tutte queste brave persone, la scintilla poetica che desse forma all’ispirazione. Non avevano occasione di esprimersi. Si commuovevano (come del resto fanno ancora…) guardando “Radici” in tv e s’indignavano quando, nei film d’oltreoceano, vedevano il cattivo proprietario di schiavi sudista.

Quando però i negri sono usciti dallo schermo piatto, si sono materializzati in tre dimensioni e hanno cominciato a camminargli accanto la scintilla è scoccata.

E’ il mondo che è cambiato: loro sono rimasti esattamente quelli di prima.

E sono quelli di prima anche gli opinion maker che “non si tratta di razzismo ma di gestione dei flussi migratori”.

Perciò il problema non sono i negri.

Il problema sono loro.

TAG: Cultura, giornalismo, immigrazione, politica
CAT: costumi sociali, Media

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