La maschera trasparente

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23 Luglio 2019

“Un aforisma, in breve, è interminabile”.
Con più parole: è come l’eco del tuono per chi è senza ombrello. Passa ma non passa. Si porta dietro attesa e nostalgia. L’attesa della pioggia e una nostalgia che non ha oggetto. Che poi la pioggia arrivi oppure no, quell’attesa, finché sei a capo scoperto, rimane, e così la nostalgia. I social forum, Twitter in particolare, sono il Cottolengo e insieme il museo egizio dell’aforisma. Ne custodiscono in 280 caratteri la degenerazione teratologica in forma di mummia. La scrittura aforistica ha avuto maestri inarrivabili: da Montaigne a Kraus, da Le Rochefoucauld a Stanyslaw Lec, da La Bruyere a Davila. Oggi conosce nei twittatori il suo stadio spaventoso ed estremo di degrado genetico. Questi zombi non hanno vita propria e perciò, impossibilitati a crepare, procedono legnosamente e con inquietante, grottesca, allegria verso il baratro senza che nessuno possa fermarli.
Si dirà che sono parole buttate lì a caso, estemporanee pensate di naufraghi che provano a tenersi a galla o di miracolati dal successo che veleggiano fino a che hanno il vento in poppa; scemenze rimasticate che non rivelano niente e spiegano ancor meno. Non è vero. Certo, si tratta di frasi mal costruite che appaiono del tutto prive di pensiero ma questo non è decisivo. Dietro le parole infatti, anche le più insulse, si agita sempre in trasparenza una qualche concezione del mondo che l’insulsaggine non rende meno pregnante. Anzi si può dire con sufficiente approssimazione che più le parole sono insulse, più appaiono improvvisate e messe lì a caso, più aumenta la loro trasparenza e la concezione del mondo che striscia nel retropalco si rende leggibile. E’ per questa ragione che trovo, prima che snob, assolutamente cretini quegli elegantoni, mantecati spesso a furor di popolo nella crème de la crème della intelligenza, che qualificano i social come una vetrina di stupidità ineffettuale da prendere sottogamba e poi però, con l’arietta di chi “ha ben altro da fare”, si prodigano quotidianamente a incrementarla con le loro sciocchezze, il loro spirito di patate e insopportabili marchette autopromozionali urbi et orbi (“che bello il mio ultimo libro, stasera tengo una lectio magistralis, lunedì faccio una conferenza”). In quei profili, scritti coi piedi, non troveresti un’idea neppure a cercarla con il microscopio ma è proprio in quell’assenza che consiste la loro cifra ed è questo che va interpretato per comprendere fino a che punto latita l’intelligenza in quelli che, oggi, sarebbero delegati alla sua custodia. Perciò, in genere, lascio ad altri gli eventi epocali, mi accontento del poco che ho sotto mano e raramente mi avventuro oltre la quotidianità: credo che proprio questo sia il terreno ideale per leggere il mondo. E la quotidianità oggi è questa. E’ lì che dietro la maschera della propaganda emerge il volto, reale e odioso, del propagandista.

TAG: Cultura, Facebook, giornalismo, italia, politica
CAT: costumi sociali, Media

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