Lettera sul merito

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25 Ottobre 2019

Cara F.B.

la parola “Meritocrazia” è un neologismo inventato negli anni cinquanta da Michael Young, laburista inglese che così intitolò un suo romanzo (“The rise of meritocracy 1870-2033” ) tradotto qualche anno più tardi in Italia dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Si tratta di un caso linguistico di estremo interesse che mostra in che modo funziona il sistema mediatico e con quale inaudita brutalità riesca ad imporre il capovolgimento del senso attestato delle cose e delle parole. Il libro di Young, infatti, si inserisce nella tradizione inglese della letteratura utopica (Morris, Huxley, Orwell ecc.) e ipotizza un futuro non lontano in cui la meritocrazia diventa il criterio fondamentale di scelta della classe dirigente. Solo che non porta al paradiso in terra ma ad un sostanziale annientamento della democrazia, ad un nuovo classismo totalitario e, infine, ad una rivolta dei ceti oppressi (i “non meritevoli”). Lo stesso Young scrisse, prima di morire, una lettera a Tony Blair (Down with Meritocracy, “abbasso la meritocrazia”, pubblicata in “The Guardian”, 29 giugno 2001). nella quale lo rimproverava piuttosto aspramente per l’uso distorto che aveva fatto di quel concetto e di quella parola. Essa, come tutti sappiamo, si è invece affermata nella chiacchiera giornalistica come scrigno e sinonimo di tutte le bellezze e le gioie del futuro. Contrariamente ad altre parole, composte nella stessa maniera, che esprimono un’idea di governo (democrazia o aristocrazia) indicando direttamente chi deve governare (il popolo o solo i migliori, per nascita o valore) questa è una parola che porta in sé la propria negazione. Ibrido mostruoso, nega con una metà ciò che afferma con l’altra. Si vuole, dice, il governo dei meritevoli. Ma questo governo è, fin da principio, affare da servi perché è sempre un altro, e precisamente il vero padrone, a stabilire chi è meritevole e di cosa. Il cane merita un premio ma non è il cane a decidere cosa fare per meritarselo. Per quanto meritevole (anzi proprio perché meritevole) il cane rimane un cane e lo rimane qualsiasi cosa meriti. La meritocrazia, allo stato delle cose, non può che rimandare a un dominio: il meritevole deve essere riconosciuto tale da un potere, il quale riterrà meritevole colui che gli aggrada e in base a qualsiasi criterio gli aggradi. E poiché viviamo qui ed oggi, in un mondo in cui domina il Dio-Mercato, il merito verrà stabilito in funzione dei criteri di mercato. Poiché il cinismo, la spietatezza, il servilismo e la canaglieria in questo campo pagano, saranno i cinici e i farabutti ad essere meritevoli. I cinici, le bestie, gli sgherri e i servi. Un uomo che voglia preservare la sua dignità dovrebbe prendere a staffilate chiunque osi definirlo meritevole, perché chi usa questo epiteto lo fa solo guardando ai servizi che puoi rendergli o gli hai già reso. Immagino un mondo di meritevoli e mi si accappona la pelle.

Immeritatamente tuo

ur

TAG: Cultura, economia, giornalismo, italia, Lavoro, politica, Teresa Bellanova
CAT: costumi sociali, Media

Un commento

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  1. ravera 11 mesi fa

    Il paese in cui viviamo è il miglior esempio di società che non punisce le colpe e non premia il merito. E’ (anche) per questo che siamo precipitati agli ultimi posti nella comprensione di un testo scritto e ai primi per abbandono sciolastico. Il problema non è il merito (chi mai sceglierebbe di farsi operare da un chirurgo “immeritevole” del suo titolo?) ma le condizioni di partenza: quella che Bobbio chiamava uguaglianza delle opportunità. Ovvero la cosa che distingue la destra dalla sinistra.

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