Linguistica da diporto

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9 Febbraio 2018

A giudicare dalla tendenza alla correzione di refusi tipografici, imprecisioni ortografiche, svarioni sintattici ed errori di grammatica (propensione che, nonostante la supponenza con cui è praticata, non riesce a fare da contrappeso alla speculare disposizione a produrne, nonché all’incapacità di articolare un pensiero qualsiasi) si direbbe che questo è un paese di linguisti.

Difficile, in effetti, negare che la lingua, gli italiani, hanno sempre dato prova di saperla usare meglio di ogni altro popolo.

Nessuno, per dirlo educatamente, sa leccare meglio di loro il culo ai potenti.

Ma a parte questo particolare talento resta il fatto che è diventato impossibile scampare alla transumanza professorale che abbandona sui social forum migliaia di post sul modo corretto di mettere un apostrofo o un accento.

C’è di più. La correzione grammaticale, sintattica e ortografica diviene strumento di lotta, diciamo così, politica. Forse non l’unico ma certo uno dei più diffusi.

Il contenuto della proposta, quando c’è, si fa diafano e in sostanza irrilevante, mentre non passa giorno che il branco non reperisca (in un blog, in un post, in una discussione pubblica o privata) uno strafalcione linguistico sul quale affilare i canini.

In mancanza di questo ci si avventa, con la tradizionale ferocia impiegatizia, sul titolo di studio.

Bestie incapaci di articolare un pensiero richiedono ad altre bestie, simmetricamente incapaci, di esibire presso un notaio il loro titolo di studio.

Ciò, del resto, non comporta mai conseguenze serie.

Serve solo a tenere vivo il buon umore e quello sfottò da trivio così tipico degli indigeni.

Ciò che sfugge ai pedanti da bettola è però che mentre puoi benissimo scrivere un’ottima pagina trascurando gli apostrofi e perfino gli accenti, tutte le virgole del mondo non basteranno a darti, qualora manchi come manca a loro, la capacità di esprimere un pensiero.

Soprattutto se ciò richiede più delle 280 battute poste da Twitter a guardia della stupidità planetaria.

In tutto questo ridere latita l’intelligenza.

La quale, si sa, quando entra in scena la pedanteria cretina, fugge sempre dall’uscita di servizio.

Ho visto correggere tutti i congiuntivi possibili, ma chi ha rilevato questa banale affermazione del ministro dell’interno a proposito della canaglia di Macerata: “Nessun cittadino può farsi giustizia da solo”.

In questa frase un’azione di pulizia etnica messa in atto da un criminale fascista è equiparata, col sussiego del burocrate in vena di parole alate, a un modo di “farsi giustizia” (da solo? In compagnia? Oggesù…).

Questo assassino fascista si stava, veniamo a sapere, facendo giustizia.

Purtroppo, ahinoi, senza il supporto dello Stato.

Tutto qui.

Non ci sono errori ortografici, di sintassi o di grammatica.

C’è solo, nell’averla pronunciata e nel non averne rilevato la mostruosità, la misura del degrado morale, culturale (e sì, anche linguistico) di questa nazione.

TAG: Cultura, giornalismo, immigrazione, politica
CAT: costumi sociali, Media

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