Nel nome della fratellanza (e per conto del portafoglio)

1 Luglio 2018

Ciò che oggi passa per egualitarismo è, in realtà, quasi sempre una forma di elitarismo camuffato che ipocritamente spaccia l’interesse dei pochi per quello dei molti e finge che quel che fa bene ai ricchi fa bene anche ai poveri: perché, si sa, siamo tutti uguali.

Dietro l’uguaglianza fa sempre capolino un cristianesimo edulcorato, ad uso e consumo di un mondo che ha fatto della “fratellanza” un must-have fashion e dell’uguaglianza un idolo, vuoto perché privo di quella base economica che la renderebbe possibile.

In un articolo scritto ieri per “Repubblica” il noto compositore Nicola Piovani scende in campo in difesa del “diritto d’autore”.

Lo fa per difendere i suoi interessi di autore milionario di musiche giornalmente ascoltate e scaricate dalla rete in ogni angolo del mondo?

No: lo fa in nome della “fratellanza” di stampo illuminista tra lui e il musicista di strada che sopravvive raccogliendo i centesimi dei passanti nel cappello.

L’articolo parte da una frottola e, dopo aver fatto il periplo del perbenismo, ci ritorna trasformandola in ipocrisia.

La frottola è questa:

“Il diritto d’autore è una delle sacrosante conquiste della rivoluzione francese”

Non è vero. La prima legge sul diritto d’autore risale allo Statuto di Anna promulgato in Inghilterra nel 1709 ed entrato in vigore nel 1710, cioè quasi un secolo prima della rivoluzione francese.

Questo però non avrebbe importanza (tranne che per un pedante) se poi tutto il ragionamento non ruotasse intorno a quella retorica finto-giacobina a costo zero ma di gran moda presso chi ama essere di sinistra senza rinunciare ai privilegi economici, per nulla giacobini, di cui gode e possibilmente incrementandoli.

Ecco il nocciolo dell’articolo:

“I demagoghi tirano in ballo naturalmente gli autori miliardari, che certo esistono; ma esistono anche tanti autori piccoli, poeti poco conosciuti, musicisti non famosi che sopravvivono e continuano a scrivere in libertà grazie ai pochi proventi del loro diritto d’autore, che è e deve restare un diritto per tutti, soprattutto per gli indifesi…questo diritto deve difendere la libertà del poeta debuttante, del musicista sperimentale, del commediografo poco rappresentato”.

L’autore miliardario e il poeta che declama al parco vengono messi, con una veronica, sullo stesso piano; in modo tale, per di più, che il tutto risulti una incommensurabile concessione a beneficio del secondo.

Il signor Piovani non scende dunque in campo per se stesso (che sarebbe comprensibile – i diritti d’autore gli rendono fior di quattrini – ma inelegante) lo fa, con generosità e disinteresse, per il collega derelitto, al quale però non si sa bene cosa rendano quei diritti, visto che presumibilmente, delle cose che fa lui, i mass media (e di riflesso il pubblico) se ne infischiano. Perciò non so se Piovani sa quello che dice, ma so che quel che dice sa benissimo, nonostante Piovani, cosa vuole dire.

TAG: Cultura, italia
CAT: costumi sociali, Media

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