Progressivismus-3

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10 febbraio 2019

Indignazioni, imbronciature, risentimenti, fastidi, irritazioni, silenzi…testimoniano che quello che scrivo intorno al progressismo tocca un nervo scoperto.
Se dicessi che mi dispiace sarei un ipocrita, vedo infatti nel progressista un soggetto di interesse sperimentale e, in quelle contrazioni, la prova del funzionamento degli elettrodi. L’esperimento non attesta che il soggetto sia in vita ma, come nel caso delle rane di Galvani e dei cadaveri di Aldini, testimonia l’efficacia delle applicazioni.
I mezzi sono scarsi, i finanziamenti inesistenti, il talento modesto; non pretendo dunque il plauso della comunità scientifica ma solo che mi venga riconosciuta la scrupolosa tenacia dello sperimentatore. A beneficiarne, per quanto la cosa sia per gli altri di scarsissimo interesse, sarà comunque il mio quadernetto d’appunti.
Dunque proseguo.
Il progressista ama i grandi temi. Danza con leggiadria ammirevole tra le magnifiche quinte teatrali con cui la rappresentazione politica delimita il suo spazio scenico. Si muove a suo agio in quella opulenza scenografica di cui, oramai, lui stesso è parte.
Come nel Totaltheater di Piscator e Gropius se la canta, se la suona e se la sente.
Attore e spettatore nello stesso tempo il progressista può anche essere un cretino ma sarà, comunque, un cretino autosufficiente.
Non c’è argomento che, tra le sue grinfie, non si trasformi nella questione del giorno.
Ogni singulto è planetario, ogni flatulenza epocale.
Con lui ci si abitua ai terremoti. Si va a dormire assetati e ci si sveglia inondati. Dal riscaldamento globale alla glaciazione è un attimo. Non si fa a tempo a riprendersi dalla catastrofe del femminicidio (catastrofe linguistica prima ancora che umanitaria) che l’invasione della plastica negli oceani ci dà il colpo di grazia, siamo lì a separare il secco dall’umido ed ecco che ci tocca fare outing e prepararci per il prossimo Gay Pride, non abbiamo ancora smesso il reggicalze e un flash mobbing danzante sulle quote rosa ci precipita di nuovo per strada. La vita, per il progressista, è un budino trasportato da un cameriere parkinsoniano sopra un tapis roulant.
Per di più, il progressista è uno che dice sempre la sua, soprattutto quando è di un altro.
Anzi: la sua è sempre di un altro e questo lo rende inossidabile a qualsiasi tentativo di contestazione.
Non hai come prenderlo perché quando credi di averlo afferrato ti accorgi che tra le mani ci hai solo il peluche della Littizzetto, lo butti via per l’impressione e lui si trasforma in Maurizio Crozza che, ancora prima di toccare terra, già diventa Baglioni e poi la Dandini e poi Bisio…ma non importa perché i suoi punti fermi sono le parole d’ordine.
Umanitarismo? A volontà. Filantropia? Senza limiti. Uguaglianza formale? Ca va sans dire. Fratellanza? Quanta ne vuoi. Uguaglianza economica? Avrei da fare.
Insomma questo rospo, forse, vivo non è…ma si agita che è un piacere.

TAG: Cultura, giornalismo, politica, teatro
CAT: costumi sociali, Media

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