Più otto marzo per tutti (salvo esaurimento scorte)

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7 marzo 2019

L’inclinazione del progressista per le ricorrenze è proverbiale.
Non c’è risveglio in cui non ci inviti a celebrare qualcosa.
La festività, lo sappiamo, non è mai priva di ragioni commerciali, ma ridurla a questo sarebbe semplicistico; nella cadenza degli anniversari il progressista percepisce la permanenza dello Status e se ne pasce. Può anche darsi che sia una percezione illusoria ma, quando già non te la passi male si tratta pur sempre di una illusione che aiuta a passarsela ancora meglio.
Con gusto tutto particolare egli celebra certe speciali ricorrenze.
Gli ricordano ciò che era e che, forse, crede ancora di essere, nonché la portata del suo umanitarismo filantropico: otto marzo, venticinque aprile, primo maggio…in ciascuno di questi casi il progressista è in prima fila per congratulare, commemorare, manifestare, dibattere.
Queste ricorrenze, ormai flaccide e inoffensive come una minchia moscia, hanno per lui la medesima funzione che aveva la processione annuale del Santo Patrono per suo nonno; lo riconciliano periodicamente con una coscienza civile, un ideale comunitario ed una fratellanza ecumenica di cui, negli altri giorni, fa comodamente a meno.
Dietro la statua ondeggiante del santo siamo tutti fratelli e il notabile scambia col derelitto il segno della pace. Si torna ai bei giorni in cui si credeva in qualcosa (o, per la precisione, si credeva di crederci). La funzione bandistica, oggi delegata (assegni alla mano) a chitarre e batteria, persegue il medesimo intento: magnificare e commuovere.
Il sentimento la fa da padrone perché si tratta in ambedue i casi di ricordare.
Ai tempi delle processioni, però, non era ancora intervenuto l’alzheimer collettivo.
Il praticante sapeva, generalmente, di cosa si voleva ricordare.
Il progressista laico, invece, se l’è dimenticato e da un pezzo non lo sa più, anche se fa finta di saperlo per darsi un contegno.
L’otto marzo si festeggia LA DONNA…festeggiamo dunque anche la Santanchè, la Mussolini e la Le Pen?
Certo.
Perché LA DONNA, per il progressista, è una IDEA (avevo scritto IKEA, per sbaglio ma non tanto…) da santificare e quando porti la statua in processione non puoi aspettarti che sia il ritratto veritiero della Madonna. Devi prenderla come viene anche se, dopo aver fatto l’offerta e acceso il cero più costoso, qualcosina, in termini di intercessione, te la aspetteresti…ma non cerchiamo il pelo nell’uovo: al progressista piace generalizzare.
Non scende mai nei dettagli.
Perché nei dettagli c’è il diavolo…il quale sa benissimo, per lunga esperienza sul campo, come le donne non vadano messe tutte in un sacco e come, prese una per una, non siano meglio né peggio degli uomini.
Ma così come il fedele ama sottolineare che il Santo Patrono gli ha miracolosamente guarito la guallara e dimentica che lo stesso giorno un altro devoto, chiedendo la grazia, è morto fulminato da un infarto, anche il progressista si tiene prudentemente sulle generali.
Per comodità.


Il progressista imbalsama LA DONNA e ne fa una mummia che poi dispone sull’altare della sua anima bella. La rende “oggetto” più di quanto abbia mai fatto in passato il maschilista più reazionario perché lavora su scala maggiore e con quella mentalità imprenditoriale che l’altro, con una visione del mondo ancora preindustriale, non possedeva. Come lui, però, non si rassegna al fatto che LA DONNA possa non esistere tanto quanto non esiste IL NEGRO, L’EBREO, LO ZINGARO, IL COMUNISTA, L’OMOSESSUALE e che rifugiarsi nella tipologia porta da Lombroso alla stupidità o viceversa che è lo stesso. Se, linguisticamente, può essere utile fare uso di questi nomi comuni (che ad ogni modo sarebbe meglio usare al plurale) allora occorrerebbe farlo nella consapevolezza che essi non hanno alcun rilievo che non sia di tipo contabile, statistico o classificatorio. Farne delle categorie filosofico-esistenziali, ipostatizzare quelle astrazioni, è invece il viatico all’imbecillità. Consiste però proprio in questo il contributo progressista alla festa culturale.
Mi sono sempre chiesto per quale ragione dovrei festeggiare IL LIBRO se parliamo di un libro di Vittorio Sgarbi. E non ne ho mai visto alcuna. Allo stesso modo preferirei, l’otto marzo, non dover fare la festa alla Marcegaglia.
Si capisce tuttavia perché il progressista ami generalizzare quando si comprende che, mettere nello stesso contenitore Marella Agnelli e la moglie dell’immigrato clandestino appare a prima vista un gesto meritorio e di grande apertura mentale. Questi gesti egualitari gli piacciono immensamente e se c’è da fraternizzare, non perde occasione di farlo il più rumorosamente possibile. Capita però che essi si rivelino anche quanto di più retrivo, bigotto e ipocrita si possa concepire. E’ un’impostura festeggiare insieme Oprah Winfrey e la ragazza nigeriana schiavizzata dal magnaccia (nero o bianco che sia): se fai la festa alla prima condanni l’altra a morte. Così come non c’è modo di ficcare nella stessa cesta la testa di Babeuf e quella di Luigi XVI per quanto la ghigliottina abbia fatto con ambedue il suo lavoro in modo equanime.
Queste ricorrenze cumulative sono insomma, nel migliore dei casi, inutili ma generalmente dannose perché praticate a scapito della verità e della intelligenza.
Il progressista vi nuota però come il pesce nell’acqua perché è proprio il vuoto dell’intelligenza il suo elemento vitale; vi si muove per puro istinto, senza necessariamente essere consapevole di fare, a colpi di filantropia, solo i suoi interessi. Ma se far sfilare insieme l’imprenditrice appena tornata dalle Bermuda e l’operatrice di un call center nel nome de “LA DONNA”, fingendo di dimenticare “chi è cosa”, è frutto del cinismo più feroce, dimenticarsene sul serio è segno della più invereconda cialtroneria.
Protette da quell’oblio infatti prosperano servitù, violenza e prevaricazione.


Bisognava trangugiare fino alla feccia, come asini al bugliolo, il beverone della ipocrisia per assistere senza ribrezzo alle babeliche lamentazioni sulla disgrazia di essere discriminate, condotte in tutte le lingue da milionarie firmate dalla testa ai piedi; con tre cameriere filippine al seguito, una tata che pulisce il culo al cane, un portaborse che gli passa i preservativi ogni volta che gli servono e un Ambrogio che gli porge il lecca lecca. Del resto le proporzioni e la qualità raggiunte dal modello imperante di “emancipazione femminile” sono note. Ad illustrarle e sintetizzarle al meglio basterebbe un’immagine recente che, contrabbandata come barzelletta sconcia, ha fatto riflettere meno di quanto sarebbe stato opportuno. Parlo della nota politicante in tailleur pantaloni e tacchi spillo che ha spiegato ad una scolaresca che cosa è il denaro e a cosa serve. La si è dileggiata ma nessuno l’ha confutata e il fatto che non ci sia modo di darle torto fa parte della implacabilità dell’ingranaggio mercato-emancipazione-mercato. Frantoio micidiale al cui interno ogni “progresso” viene sbriciolato e ridotto in polvere, anche quando riguarda quegli ambiti che una volta venivano con sussiego riservati all’etica. Eppure il progressista mitizza sia la donna che la sua emancipazione. Non passa giorno che non snoccioli i suoi luoghi comuni (letteralmente del cazzo): “Ah! le donne, sono un’altra cosa!” “Ah! Se non ci fossero le donne!” “Ah! Le donne hanno una marcia in più!”. Ognuna di queste insulsaggini d’avanspettacolo meriterebbe nerbate. Invece è presentata come un ex-voto squisito alla Madonna di Guadalupe, con accompagnamento della banda mariachi, e accolta per di più con compiacimento dalla cretina di turno. E’ generalizzando, mitizzando e sublimando infatti che il progressista prova a mettersi dalla parte della ragione anche quando sta in quella del torto. Per lui pescare nel torbido è più una necessità che una vocazione. Deve farlo perché solo in quell’acqua sporca riesce a tenere fuori portata e in salamoia la sua complicità. Quando si propone a modello di onestà intellettuale e, con espressione contrita, chiede perdono e confessa alla donna “Siamo stati NOI MASCHI ad opprimervi” e al migrante “Siamo stati NOI EUROPEI a derubarvi” si dà perfino il caso che quelli, invece di prenderlo a calci nel culo come merita, si commuovano e lo abbraccino in un impeto di fratellanza universale. Ma per quanto la camuffi da assunzione di responsabilità il progressista si sta discolpando. Così facendo rende corresponsabile dello Status chi, invece, lo ha sempre subito e non ha alcun interesse a conservarlo. Chiamare in correità equivale sempre a scagionarsi perché in tal modo la colpa diminuisce in proporzione al numero dei colpevoli tirati in causa e se quel numero è indefinitamente grande, la propria responsabilità diventa indefinitamente piccola, fino ad annullarsi del tutto.

TAG: Cultura, donna, emancipazione, festa della donna, giornalismo
CAT: costumi sociali, Media

Un commento

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  1. andrea-lenzi 7 mesi fa
    8 marzo è una scusa per parlare di cosa ancora necessiti fare affinché il sessismo si attenui, nonostante la schifosa religione (sia cattolica, sia islamica) che spinge i religiodementi a vedere le donne come incubatrici casalinghe di bambini (come esplicitamente detto da poco dalla lega)
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