Povertà e sofferenza, nuove frontiere dello spettacolo

29 Aprile 2018

Dolore, sofferenza, povertà che non diventano stimolo e strumento di una trasformazione del mondo si mutano in oggetti di contemplazione e componenti scenografiche dello spettacolo globale.

Assumono caratteristiche pornografiche.

Ma mentre la pornografia è fruita, in generale, senza autocompiacimento, talvolta con qualche senso di colpa e, in ogni caso, come “spasso” (più o meno peccaminoso, che non guasta) questa versione è recepita con il sentore della propria superiorità morale.

Il consumatore di sofferenza sociale solidarizza col sofferente ma mai in vista della trasformazione di quella sofferenza in ribellione. Solidarizza, anzi, solo con chi, tra i sofferenti, non esagera, accetta “le regole” e, magari, rimane sofferente

In tal modo i mass media si nutrono, nella stessa misura, della sofferenza e della sua fruizione, facendone una cosa sola e indirizzandole ambedue a sostegno e a maggior gloria dello status quo.

Il teleutente umanitario si appaga della partecipazione ideale e il sistema ne esce in attivo.

Nel lontano passato esistevano delle componenti sociali (partiti, sindacati ecc.) che raccoglievano quel dolore, quella sofferenza e quella povertà facendone una bandiera e un’arma temibile di trasformazione del mondo.

Quell’epoca, come sappiamo, è tramontata.

Oggi quelle componenti sociali, se ancora esistono, sono divenute le prime fruitrici di questa sofferenza. La compiangono, naturalmente, se ne dispiacciono tanto e “fanno quello che possono”. Ma in quello che possono non è mai contemplata la modificazione radicale dello stato di cose che genera e alimenta povertà, sofferenza e dolore.

Semmai si punta a condizioni che le rendano accettabili, tollerabili e, soprattutto, non dirompenti per il sistema. Chi soffre è dunque rimesso a se stesso, davanti a uno specchio che gli rimanda la sua stessa immagine in forma di evento spettacolare.

La nebbia ugualitaria nella quale siamo immersi, d’altra parte, rende impossibile percepire la struttura di dominio del mondo e la configurazione reale dei rapporti di forza.

Il povero, il sofferente, diventano tutt’uno con la loro rappresentazione e anche con chi, in platea, ne fruisce come spettatore. Una pura immagine virtuale.

Quando però “la notizia” del dolore e della sofferenza entra, in forma di rappresentazione, nel circuito mediatico diventa merce culturale il cui prezzo, distribuzione e confezionamento, come per ogni altra merce, è stabilito dalle condizioni del mercato.

Questa trasformazione non modifica dunque solo il modo in cui ci si relaziona alla sofferenza, la sua percezione generale, ma anche le modalità della sua esternazione.

Il “sofferente” diviene protagonista di uno spettacolo planetario e deve tenere una parte il cui copione si sovrappone punto per punto alla realtà; come si sovrapponevano l’uno all’altro i due Chisciotte di Borges. Nel mondo iperattuale si è istrioni per procura e si recita la realtà. Non si diviene attori: lo si nasce in un senso che trascende talento e vocazione.

 

TAG: Cultura, giornalismo
CAT: costumi sociali, Media

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