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13 Novembre 2018

Diceva Lassalle che “In quest’epoca della divisione del lavoro il pensiero stesso è diventato un mestiere speciale, e questo mestiere è andato a finire nelle mani più miserabili: quelle dei giornalisti”…i quali per di più pensano conto terzi perfino quando credono di pensare in proprio. Anzi, in quest’ultimo caso, è assai peggio, visto che pensano spontaneamente il pensiero che i loro padroni desiderano che essi pensino. Perché non c’è giornalista che non pensi a pagamento. Delizioso paradosso oramai reso invisibile dalla spessa foschia retorica della “libertà di stampa” che è libera solo per chi ci ha il portafoglio pieno e può pagarsela, gli altri si devono accontentare di quello che dice lui. Il fatto (assolutamente banale) che la cosiddetta “informazione” sia oggi una merce come tutte le altre è una cosa su cui i tifosi dei vari “giornalisti senza padrone” dovrebbero almeno provare a riflettere. Invece piace illudersi che, per una qualche forma di magia, il mercato dell’informazione sia esente da quelle leggi che valgono in ogni altro campo e in ogni angolo del pianeta: una specie di enclave edenica dove uomini e donne “senza padrone” possono aggirarsi suonando il flauto e sparando minchiate (il che è vero ma si tratta pur sempre di minchiate a pagamento, dunque non libere: direi per definizione). Purtroppo l’informazione è un settore in contraddizione con il sistema di mercato: o c’è l’una o c’è l’altro. Il “libero giornalista” stipendiato da un padrone (chiunque sia questo padrone) non muoverà mai un dito contro quel padrone (come potrebbe, visto che ne va della sua stessa possibilità di esistere come giornalista?) e, quando lo farà, lo farà solo perché ha trovato un altro padrone che lo paga meglio. Dire, come fece il povero Padellaro quando fondò il suo giornale “Voglio fare un giornale che abbia un proprietario ma non un padrone” fa ridere i polli. Lo stesso discorso vale per quella che ci si compiace di chiamare “satira” e che con la “satira” non ha nulla a che vedere (parlo, per esempio, di Maurizio Crozza, con le cui arguzie sono le vittime le prime a spassarsela e al quale la segreteria di qualsiasi politico o giornalista commissionerebbe imitazioni a pagamento). Questo vuol dire che informazione e satira hanno spazi di sopravvivenza residuali.

Il web (tanto vituperato) sarebbe uno spazio possibile.

Ma allo stato attuale è sicuramente una palude mefitica in cui sopravvivere ai miasmi è impresa titanica. Alla sua bonifica, del resto, il sistema mediatico tradizionale sta già provvedendo, per le parti più appetibili: e quello che resterà non bonificato finirà per soffocare nelle sue stesse esalazioni.

Perché anche quelle esalazioni sono indirettamente prodotte dal mercato.

Il social forum come “cazzeggio” è infatti precisamente ciò che il mercato desidera che sia. Perciò resto basito quando mi dicono “Facebook? sì è divertente! ci cazzeggio anch’io…” e invece, per fare sul serio, in tasca tengono il Corriere della Sera.

TAG: Cultura, giornalismo
CAT: costumi sociali, Media

Un commento

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  1. paola-calabrini 2 anni fa

    lascia allibita il qualunquismo fintamente moralizzatore di questo…articolo? Se gli editori sono tutti padroni, ancor più padrona è la classe politica dominante, che può minacciare – ma non solo – di togliere i residui aiuti all’editoria ma addirittura di fare leggi ad hoc contro chi la dileggia motivatamente o semplicemente espone i fatti senza indorarli. C’è padrone e padrone, da quello “delle ferriere” a quello illuminato e democratico, come avviene in tutti i settori della società e dell’economia. Fare un calderone per zittire tutti è un brutto segnale

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