Primo maggio, una festa contro il lavoro

30 aprile 2019

L’evoluzione della retorica progressista può essere verificata agevolmente ogni Primo maggio. Il trattamento riservato a questa ricorrenza è sintomatico. In poco più di un secolo si è trasformata nel contrario di ciò che era. Oggi è “la festa del lavoro”. Come se nel “lavoro” così concepito e praticato ci fosse qualcosa da festeggiare. Quella che era la testimonianza della lotta irriducibile tra sfruttatori e sfruttati è diventata la celebrazione ecumenica dello “stare insieme” e del “volersi bene”, oppressi e oppressori, padroni e schiavi, nel nome di un “lavoro” che fa da supporto alle esigenze del profitto e del mercato.

Nel corso di questa bella “festa del lavoro” sui palchi si alternano, grazie a cachet milionari, cantanti e attori la cui semplice presenza dichiara che ogni contrapposizione tra ricchi e poveri è oramai un residuo ideologico di epoche antidiluviane.

Le parole dei governanti volano altissime e, tra uno squillo di tromba e un saluto del presidente della repubblica, la ricorrenza si è istituzionalizzata in un’orgia di retorica.
Per farlo ha dovuto subire una mutazione genetica.

In origine perfino la richiesta del suffragio universale era considerata simbolicamente inadeguata rispetto alle rivendicazioni fondamentali che, in questa occasione, erano due e due soltanto:
1) L’attestazione della contrapposizione radicale tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, oppressi e dominanti.
2) Il principio che, per gli sfruttati, si tratta solo di lavorare sempre meno e per la migliore retribuzione possibile, nelle condizioni date ma sempre in vista del loro superamento.

Questo era il Primo maggio, per questo esso è nato e per questo fu, in origine (1890) SEMPRE accompagnato da uno sciopero generale che terrorizzava, per forza ed estensione, i padroni e i governi di tutta Europa: “festa ecumenica del lavoro” un cazzo. In cosa lo ha trasformato la retorica progressista in poco più di un secolo?

In quella che negli anni venti fu la visione auspicata dalla porzione più reazionaria e retriva del parlamento francese. Quegli stessi politicanti che qualche anno dopo avrebbero fornito fattivo supporto ai collaborazionisti e ai fascisti di Vichy, quando il maresciallo Petain dichiarò il Primo maggio “Festa del lavoro e della concordia” ispirandosi al Primo maggio falangista della Spagna di Franco. Eccola qui: «Questa festa non dovrebbe contenere alcun elemento di invidia e odio. Tutte le classi, ammesso che si possa dire che esistano, e tutte le energie produttive della nazione dovrebbero fraternizzare, ispirate dallo stesso pensiero e dallo stesso ideale».

Cento anni fa i lavoratori europei prendevano a pernacchie questa retorica ignobile e ad essa rispondevano in prosa perfetta e in stile altissimo: “a salario di merda, lavoro di merda”. Oggi è il luogo comune del filisteismo progressista. E quelle parole, che erano appannaggio del fascismo, vengono spacciate istituzionalmente per il vangelo degli antifascisti. Il progressismo fa progressi.

TAG: Cultura, giornalismo, innovazione, italia, Lavoro, lotte sociali, politica, primo maggio
CAT: costumi sociali, Media

3 Commenti

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  1. alding 6 mesi fa
    Caro Ugo, mi dispiace per te; probabilmente il tuo fallimento come architetto ha sviluppato in te un odio viscerale contro il lavoro (ma da quanto leggo, anche contro molte altre cose). Per moltissimi altri invece non è stato così: lavorando con fatica e dedizione (nel rispetto degli altri e dei loro diritti) hanno reso sostanzialmente migliore la vita loro e delle loro famiglie ed oggi "festeggiano", sì, festeggiano il lavoro. Peccato che per te non sia così e peccato che tu sia così inacidito contro la vita tutta, ma d'altra parte ognuno sceglie per sé come stare.
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  2. ugo-rosa 6 mesi fa
    Uno che passa il suo tempo a fare indagini (con esiti, ovviamente, adeguati alla sua levatura intellettuale) su vita e status professionale di un perfetto sconosciuto (i cui scritti, non avendo di meglio da fare, legge e commenta compulsivamente da anni) è già spassoso. Ma se lo fa allo scopo di produrre una tirata sui fallimenti altrui e un panegirico intorno al “lavorare con fatica e dedizione”, minchia, è esilarante...perciò ti prego Duilio Aldani (o comunque ti chiami in realtà) continua così: facce ride :-) :-) :-)
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  3. alding 6 mesi fa
    Non vorrei che tu Ugo ti illudessi: non leggo da anni i tuoi scritti, anzi credo di non averne mai letti prima perchè se lo avessi fatto me ne ricorderei in quanto le stronzate lette di solito me le ricordo. Il tuo status professionale - dovresti saperlo - è riportato su Gli Stati Generali in corrispondenza del tuo nome e l'hai scritto tu, non qualcun altro … ma ciò va solo a confermare che qualcosa in te non funziona bene ...
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