Progressivismus-9

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26 febbraio 2019

La straordinaria capacità digestiva del sistema, il suo metabolismo stupefacente che gli permette di assimilare ogni dissenso e qualsiasi opinione (fosse anche la più apparentemente radicale) viene meno solo in un caso: quando la contestazione tocca l’unico punto sensibile di questo ameba gelatinoso e, per il resto, apatico, quello della uguaglianza reale, non solo formale, tra gli esseri umani, cioè della loro parità economica.

In ogni altro caso vige una “tolleranza” di memoria illuminista che il sistema mette in tutti i modi in evidenza e di cui, ad ogni occasione, i suoi apologeti progressisti fanno vanto.

Il femminismo più massimalista, l’ambientalismo più sfegatato, le più irridenti e provocatorie manifestazioni per la libertà di genere, tutto passa, più o meno tranquillamente, tra le maglie di quel pluralismo che è il fiore all’occhiello del progressista.

Tutto è discutibile e ogni cosa può, di fatto, venir messa in discussione fuorché una: la sacralità della proprietà privata e la intangibilità degli automatismi sociali che garantiscono al ricco di diventare più ricco a spese del povero. Chiunque osi contestare questo punto verrà prima irriso in termini che, se applicati ad un omosessuale o ad una femminista creerebbero scandalo in ogni progressista politicamente corretto, poi, se insiste, messo a posto con maggiore fermezza, fino ad arrivare, quando è il caso, alla polizia di stato: con buona pace del progressismo e dell’illuminismo.

La struttura classista della società comporta in altri termini, allo stadio del suo nascondimento “progressista”, qualcosa di inusitato: gli ultimi vengono espropriati, infine, della stessa possibilità di lottare, se non in termini squisitamente ed innocuamente individuali, per non essere più ultimi. Viene loro tolta, in sostanza, la possibilità di battersi per la trasformazione reale del mondo. L’unica cosa che gli viene concessa è quello che una volta si chiamava “il sogno americano”, la bella speranza di diventare, un giorno, oppressori e dominanti a spese degli altri, contribuendo a lubrificare in tal modo, con un successo puramente personale, gli ingranaggi del sistema e lavorando a sua maggior gloria. Al danno si aggiunge però la beffa.

Dopo essere stati espropriati della possibilità di trasformare il mondo lottando per la sola cosa che realmente sarebbe in grado di cambiarlo e dunque per la sola cosa che realmente possa “interessarli” ciò che rimane evidente è il loro “disinteresse” per le altre “battaglie” che invece appassionano il progressista (ambiente, alimentazione sana, gay, donne, diritti umani e animali, raccolta differenziata ecc.): che vanno perciò appannaggio dei privilegiati.

Agli ultimi rimane l’osso spolpato della rabbia impotente, quella che si rivolge sempre contro il bersaglio sbagliato e, una volta di più, consente al progressista di confermare il suo privilegio tenendo all’oppresso (imbarbarito) lezioni di vita, educazione civica e politologia.

TAG: Cultura, giornalismo, politica
CAT: costumi sociali, Media

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