Progressivismus-4

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14 Febbraio 2019

Il punto d’incandescenza della boria il progressista lo raggiunge nella sua variante intellettuale. Qui la tracotanza è accresciuta esponenzialmente dal sussiego che deriva al portatore dal praticantato dello spirito. Grazie a questo curriculum egli si ritiene un maître a penser e considera un cialtrone ignorante chiunque non sia disposto a convenirne. Il disprezzo assume spesso la figura di stizzose lezioni di vita giornalistiche tenute in forma di educazione civica per il bifolco. I più importanti quotidiani nazionali sono diventati delle enciclopedie popolari di questa didattica isterica che riversa sui lettori, con livida solerzia, tutta la ripicca di questi maneggioni sapienziali. Oggi la signora Nadia Urbinati tiene una preoccupata lezione sul tema “Se il popolo diventa élite” ma paio di giorni fa su La Repubblica c’erano ben due di queste lezioni nella medesima pagina: una a firma della signora Natalia Aspesi e una a firma del signor Marco Belpoliti. Titoli? Quelli di sempre: “Il popolo, l’élite e la paura” il primo, “Il linguaggio del rancore” il secondo (il magister vitae va al sodo e non si cura d’essere originale). Apparentemente parlavano di Sanremo e delle due canzoni finite in testa (una peggio dell’altra ma la palma della bruttezza va alla prima, che ha vinto dunque meritatamente). In realtà i loro lettori (e anche io che non lo sono) sapevano bene di cosa si stava parlando e che Sanremo era un pretesto. Non passa giorno infatti che una di queste dottorali nullità non pronunci qualche gongolante stupidaggine sul “rancore” altrui, dalla cattedra del proprio. Tutto questo sarebbe perfino divertente se poi non arrivasse puntuale un rimbambito dalle nebbie del suo rimbambimento (magari una vecchia gloria del progressismo come Giampaolo Pansa) a invocare i militari al potere per mettere fine al rancore e all’odio “degli” altri con il suo rancore e il suo odio “per” gli altri. Le parole magiche dell’intellighenzia progressista, tanto, sono sempre quelle e rintoccano come campane a morto: “Odio! Rancore! Invidia! ”. Sotto ciascuna di esse, come uno scroto, sta appesa la lamentazione pro domo di una “élite non più riconosciuta” e della barbarie anarchica che impera nella società reale e in quella virtuale. Questa classe dirigente, figliata dalla classe dirigente e che figlia classe dirigente vive oggi il suo avvicendamento fisiologico con altri imbecilli dirigenziali (meno blasonati ma certamente non meno propensi a vendersi e forse disposti a farlo a miglior prezzo, secondo le leggi del mercato) come un’apocalisse. Loro, che erano l’attestazione del nulla, sono terrorizzati dal nulla che li sostituirà. Ma per chi ha da sbarcare il lunario e non compera i quotidiani un nulla vale l’altro, Merlo vale Serra, Folli vale Giannini e sommati valgono sempre nulla. Tra loro però si rimandano il volano di quelle parole magiche che consentono di riconoscersi l’un l’altro e mettere ogni volta una maschera diversa alle stesse stronzate di sempre: l’invidia, il rancore, l’élite…

TAG: Cultura, giornalismo, politica
CAT: costumi sociali, Media

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