Saluti da Riace…

:
4 ottobre 2018

Ah! la legalità…che bella cosa…

Legalità è senza dubbio parola gradevolissima.

Una di quelle parole che, vuote come uno zufolo, risuonano magnificamente. Ci soffi dentro e, a seconda di come muovi le dita, ne ottieni una melodia diversa. Perciò è una parola d’ordine. Nel senso che pretende sempre l’ordine (e la disciplina) e anche nel senso che è uno slogan, fatto apposta per essere declamato, ripetuto, attestato e confermato senza che nessuno s’interroghi mai sul suo significato.
Nel mondo del mercato globale, in cui qualsiasi comportamento è misurato e valutato in funzione del successo (e quel successo è, a sua volta, calibrato sui profitti che garantisce) l’aggettivo “legale” ha connotati interessanti.

E’ legale privare uomini e donne, in ogni parte del mondo, dei loro mezzi di sussistenza, immiserirli e umiliarli, purché lo si faccia secondo le regole del mercato.

E’ legale che alcuni sguazzino nel superfluo e ad altri manchi il necessario.
E’ legale che un ricco si faccia curare nel migliore dei modi e un povero crepi perché non può neppure farsi diagnosticare la sua malattia.

E’ legale che ci sia chi garantisce ai suoi figli le scuole migliori, gli svaghi migliori e il futuro migliore e chi, invece, non può concedergli neppure l’occasione di avere un presente.
La legalità non ha nulla a che vedere con la giustizia.

E’ un’ovvietà? Forse.

Eppure sono a milioni i fedeli che accendono ceri alla madonna della legalità.

Le processioni in suo onore si snodano attraverso le strade di ogni città italiana; non c’è politico, cantante e giornalista che non snoccioli, in suo nome, un rosario quotidiano.

E’ una musa che ispira carriere politiche e fortune imprenditoriali.

La “legalità” è meravigliosa per chi sa usarla.

Consente ogni ingiustizia e, al contrario, punisce inflessibilmente chi è tanto fesso, o ingenuo, da contravvenire alle sue prescrizioni burocratiche.

Non è legale se rubi una mela.

Non è legale se non paghi le bollette (perché non le paghi è irrilevante).

Non è legale se dormi alla stazione perché sei senza casa.

Non è legale se vai a vendere accendini all’angolo di una strada perché ti mancano altri mezzi di sussistenza.

Così organizziamo conferenze, convegni e seminari sulla legalità.

Non passa giorno senza che qualcuno suoni i suoi pifferi per questo feticcio.

I giovani, si dice, vanno educati alla legalità.

Certo…e nello stesso tempo alle regole del mercato.

E nelle scuole si fa l’una e l’altra cosa.

Da una lato si invita la gioventù, senza troppi giri di parole, a farsi furba ( ah! l’impagabile “Sillabo della imprenditorialità” del ministero dell’istruzione ad uso delle scuole secondarie) dall’altro la si infarcisce come un tacchino con la retorica sulla legalità.
Il risultato inevitabile del sillogismo è di produrre imprenditori che si fanno paladini della legalità per fottere il prossimo e uomini che, per essere giusti, devono uscirne.

TAG: Cultura, giornalismo
CAT: costumi sociali, Media

Un commento

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

  1. lina-arena 2 mesi fa
    Il discorso aulla legalità è collegato al sistema economico in cui viviamo.Le leggi vigenti, più o meno giuste che siano, mirano alla sopravvivenza del sistema. Se non si accettano le regole bisogna dire con chiarezza ed onestà che bisogna denunciare la incostituzionalità delle leggi che si ritengono contrarie ai principi contenuti nella costituzione oppure se anche la stessa Costituzione non sopporta quelle regole, bisogna fare una rivoluzione per introdurre un nuovo sistema economico. Il capitalismo può essere reso più umano ma, in tal caso, bisogna vedere se le leggi vigenti sono conformi ai principi contenuti nella Costituzione e se gli organi deputati alla formazione delle leggi, si adoperano per modificare le leggi vigenti e renderle umane e compatibili con regole di vita più giuste ed egualitarie. Il sindaco di Riace a mio modo di vedere avrebbe dovuto provocare un giudizio e denunciare la incostituzionalità delle leggi che non gli consdentivano di fare quel che riteneva giusto fare.Oppure rassegnare le proprie dimissioni ed organizzare un vero e proprio partito dotato di un programma rivoluzionario e cioè di modifica dei rapporti di produzione e/o del sistema economico in cui nell'oggi viviamo. Il ragionamento condotto da Ugo Rosa è vecchio quanto il cucco e gustifica solo la formazione di un gruppo rivoluzionario.
    Rispondi 0 0
CARICAMENTO...