Solve et coagula

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19 Marzo 2018

“…non si vede più nulla della sostanza delle cose; l’usurpazione passa per diritto, la debolezza per ingiustizia…” 

Jean-Jacques Rousseau

“Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.” 

Pier Paolo Pasolini

 

 

Ci si racconta a vicenda, e soprattutto ci si persuade a vicenda, di avere oramai acquisito quella che definiamo “libertà di espressione”.

Vero è. Ognuno dice quello che vuole, chi può negarlo?

Si tratta però di capire come ciascuno arriva a volere quello che dice.

Una volta qualcuno ha sostenuto che il pensiero è libero per definizione. Che, insomma, ti può essere impedito di parlare, ma nessuno può impedirti di pensare.

Erano altri tempi.

Oggi le cose sono cambiate. La pressione mediatica interviene molto prima che tu possa decidere cosa pensare; quando ancora quel pensare non è neppure abbozzato, quando forse non ti sfiora neppure il pensiero di voler pensare qualcosa.

Così quando davvero arrivi a volerlo dire, quello che vuoi dire è già stato pensato e detto. E che tu di nuovo lo dica oppure no, in fondo, è irrilevante.

Le parole scritte e pronunciate a migliaia, in questi giorni, sui fatti di quarant’anni fa sono nate, e prima ancora concepite, nella placenta della retorica istituzionale degli “Anni di piombo”.

Biologicamente prefigurate. Decise.

Neppure una interiezione poteva sfuggire a quel codice genetico.

Non c’è stato un solo punto interrogativo, infatti, che ne cadesse fuori in una qualsiasi di quelle “analisi” e “inchieste” giornalistiche che ci sono state di nuovo imbandite e che, di nuovo, ci hanno spiegato, con l’andamento inesorabile delle truppe corazzate, di chi fosse la ragione, di chi il torto, chi erano i buoni, chi erano i cattivi, chi i carnefici e chi le vittime. Con la chiosa eterna che “si tratta di capire”.

Ma capire cosa? Che c’è da capire che non sia già stato capito ancor prima di essere, non detto, ma anche solo pensato?

Se, per ipotesi, il giornalista che spiega ci fa la grazia di un dubbio (un piccolo “mistero” per il buon umore e per l’audience) quel dubbio verrà indagato solo procedendo nella direzione segnata dalle longarine del binario ufficiale, che si distendono a perdita d’occhio. Ogni altra direzione è impraticabile. Se vorrai inoltrarti nel deserto, quello strambo comportamento non potrà che risultare, come minimo, sospetto, ma più probabilmente colpevole, presumibilmente criminale e già passibile di sanzioni, perlomeno morali ma forse anche amministrative. Per non dire penali.

In una situazione del genere, illudersi che sia possibile, “analizzare” e “storicizzare” un evento, ma ancor prima anche solo “pensarlo” per come andrebbe pensato, è ridicolo.

Così quel “pensiero” che un tempo fu libero per definizione è diventato utopia.

Praticarlo? Un rischio spaventoso.

Per la propria salute mentale (ma anche fisica).

Che rimane da fare? Forse ciò che fecero un tempo gli alchimisti.

Qualcosa che non mi è possibile definire se non come una sorta di pratica esoterica.

Un flettersi sull’etica del silenzio. Un esercizio alchemico che dal piscio del già detto e già pensato, distilli, almeno, una parola in grado di significare ancora.

Testardamente e con saggia follia.

Solve et coagula.

TAG: Cultura, giornalismo
CAT: costumi sociali, Media

Un commento

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  1. paolo-barilli 3 anni fa

    Tutto vero, ma anche “capire” tutto questo serve! Quindi sono convinto: poter ascoltare e leggere tutto… migliora le cose sempre. E’ un’ovvietà, ma vale molto, moltissimo.

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