Stancanelli e Soncini: lo snobismo liberale e le sue stronzate

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9 aprile 2019

Il problema non è tanto la minchiata an sich, che vale quanto può valere una minchiata, il problema è la minchiata für sich che, nel concretizzarsi in situazione, diventa una STRONZATA.
Quando la professoressa Stancanelli lascia intendere che il quindicenne (il “pischello” dice l’italianista che è in lei) che ha messo a posto il fascista non saprebbe esprimersi in “italiano” (lingua che lei è persuasa di padroneggiare perché sa immaginare ninnoli come “la Austen è una imbattibile palleggiatrice di parole e sentimenti…nei suoi libri non c’è niente che possa essere declinato verticalmente” meritevoli di piattonata e cavalierato) non dice una cosa necessariamente falsa.
Anzi, dice qualcosa che non ha niente a che vedere con la verità o la falsità.
Dice una STRONZATA.
E come scrive Frankfurt nel suo importante saggio sull’argomento: “L’essenza delle stronzate non sta nell’essere false, ma nell’essere finte…ciò che non va in una contraffazione non è il suo aspetto ma il modo in cui è stata prodotta”.
L’identica considerazione vale per la ribattuta dell’insegnante di sostegno Guia Soncini quando, a un signore che chiedeva se Pasolini, a proposito del quindicenne, avrebbe mai scritto una cosa del genere ha risposto che “no, lui se lo sarebbe ingroppato”.
L’affermazione della Stancanelli, e poi quella della Soncini, sono, a pari merito, STRONZATE perché prodotte fuori tempo e fuori luogo, ma ancora peggiori per via del tono con il quale sono state prodotte. Il tono classico delle allevatrici di gatti che su facebook ti sfiancano con le loro foto da giovani cinquantenni, ti arrotano i coglioni con il “taliano corretto” e ti rintronano di spiritosaggini à la page. E se da una professoressa ci si può ancora salvare, per salvarsi da una professoressa che fa la spiritosa ci si può solo lanciare dalla finestra dell’edificio scolastico e sperare che sotto ci sia il preside ad attutire il colpo.
Ma bisogna farsene una ragione.
I nuovi tromboni e le nuove trombonesse sono sbarazzine.
Sembra che abbiano tutte conseguito il master in spirito di patate.
Suonano, è vero, la musica di sempre, però hanno cambiato ottava. Ora gorgheggiano in falsetto. Castrati, sopranisti e signorinelle en travesti dividono la scena con Balanzoni truccati da Arlecchini.
La Soncini e la  Stancanelli, che una volta avrebbero insegnato al ginnasio ed imposto al malcapitato, in aula, di mandare a memoria il pio bove e la nebbia agli irti colli oggi fanno le centraliniste e smistano saputeria a domicilio. E’ la risacca della crisi.
A quei tempi si sarebbero chiamate Enza Sampò (con tutto il rispetto per l’originale) e ci avrebbero ammannito, tirandosi pudicamente la gonna sotto le ginocchia, “L’approdo”, il meritorio settimanale di lettere ed arti.
Oggi invece, dopo averci scotennato lo scroto con rubriche come “La deficiente” (meno intelligenti di quanto lascerebbe supporre il titolo), aver tenuto banco su (figuriamoci!) “Io donna” e, of course, avere “fatto la radio” come tutti i figli e le figlie di papà, tengono un blog che “te lo raccomando tanto” e, pur essendo bamboccione attempate, scrivono ancora come la figlia dei Jetsons all’indomani del suo primo appuntamento al drive-in intergalattico: “…abbiamo pensato ch’ella fosse more than enough”, “…troviamo Megan/Karen un po’ troppo fag hag”. Usano l’inglosorum da buffet, moltiplicano il loro ego per tre, che in due fa sei, e si esprimono spesso al plurale. La Sampò (con tutto il rispetto per l’originale) diceva “io” e abbassava gli occhi rifilati da un’ombra di rimmel, queste qui dicono “noi” e si stravaccano sulla poltroncina come la Littizzetto quando vuole strappare l’applauso.
Forse che il plurale majestatis gli serve per spiegarci che cos’è il giudizio sintetico a priori ed esporci l’analitica trascendentale? No, ma gli è utilissimo per accatastare titoli.
Perché una scemenza scritta da “noi” vale il triplo e fa cumulo.
A un certo punto, infatti, il mondo editoriale s’è arreso all’evidenza.
Il capolavoro di quella che “Pasolini s’ingroppava i ragazzini” s’intitola, pensate, “Elementi di capitalismo amoroso, collezione francamente morbosa di uomini scaricabili” e appartiene alla stessa categoria dei libri di Carlo Rossella sulle sciarpe a pois.
Così questi frappè latte e miele ottenuti al bancone shakerando l’Ape maia, Heidi e Pippi Calzelunghe, non se ne sono andate, come avrebbero dovuto, a timbrare il cartellino per guadagnarsi il pane in un call center ma si sono messe a pubblicare testi fondamentali per ogni figlia di famiglia alla moda e presto  condurranno programmi televisivi a basso costo che andranno in onda at five o’clock e s’intitoleranno, per il mercato anglosassone, The remains of the pay  e per quello italiano Quel che resta nel forno. Magari con Battista (nomen omen) nella parte del piergigio-maggiordomo che serve il tè all’Ape Maya, i biscotti a Heidi e la minchia bollita a Pippi Calzelunghe.
E’ una minaccia per le due professoresse?
No è un auspicio per me: finalmente le “noi” si troverebbero riunite attorno a un tavolino e, se Dio vuole, si sparerebbero tutte le stronzate in una volta facendola finita con le spiritosaggini da quarta C e lasciandomi finalmente in pace.
La Soncini e la Stancanelli hanno capito che oggi le prime della classe non sono le secchione bensì le svagatone, quelle ironiche e autoironiche, quelle che “guarda che ciccia che ci ho”, quelle che quando prendono un libro esclamano “che palle!”  perché fare i cretini è trendy.
Delle Enza Sampò (con tutto il rispetto per l’originale) agghindate da cheerleader, ganze che vanno in giro in bigodini per far vedere quanto se ne fregano delle convenzioni, non smettono la spocchia neppure per andare a fare la pipì (insieme) e dedicano i due terzi dei loro vocalizzi a ricordarci  che per fare quello che fanno le pagano profumatamente.
Sono il frutto dei tempi: Franca Valeri rimessa a nuovo dai truccatori mediaset con un lifting di lusso, il phon sempre a portata di mano e l’aria di chi non lo usa mai.
Una volta mi ricordo della Soncini che, ospite a Otto e mezzo, sgranava gli occhietti per far colpo. Sembrava Carmen Consoli ma teneva lezioncine a tutti come la mia professoressa di latino.
Ecco, nell’ordine, le sue esternazioni:
1) Che vecchioni che siete! (lei, la Susanna, di anni, ce ne avrebbe quarantasei…ma quello che conta, come si dice in quell’età critica, è lo spirito).
2) Non siamo mica negli anni cinquanta (strano perché lei era acconciata come la sorella di Fonzie).
3) Non avete capito niente della modernità, di internet e di facebook, io sì invece e posso raccontarvi tutta la storia (e, per capire cosa ha capito lei di fb basta andare sul suo profilo che è identico a quello di tutte le cretine del pianeta).
Può darsi che abbia detto anche qualcos’altro ma io sinceramente non me lo ricordo.
Alla fine perfino alla Gruber, di solito così impegnata a manovrare il dirigibile delle sue labbra  che non le resta mai tempo per pensare ad altro, sono un pochino girate le palle, tanto che le è sfuggito il timone del suo Zeppelin labiale e quel gigante dei cieli ha rischiato la catastrofe.
Insomma basta raschiare il gratta e vinci e si scopre che da mezzo secolo, per questa tipologia da rubrica ebdomadaria di bon ton, non è successo un cazzo per cui ad essere outdated merchandise  sono proprio loro anche se gli piace immaginare d’essere di prima mano.
Vale ancora oggi con precisione millimetrica, quello che scriveva allora Elena Croce: “Donne quasi cretine, di un’ignoranza abissale, erano allenate a stroncare con una parola, con un gesto soave, che era poi l’equivalente di un sogghigno, qualsiasi affermazione di valore e di fede; giacché ogni convinzione comporta un calore di per sé imperdonabile. Il più malizioso degli intellettuali non ha mai raggiunto nell’ironia la più stupida femme comme il faut. Quest’ironia, che confinava spesso col sadismo, era una vera e propria forma di allenamento intellettuale. Chi riusciva a impossessarsene possedeva la chiave ultima dello snobismo”.
Scrive la signorina Soncini sul suo blog “non sono nata bene ma mi so comportare”.
Tutto ciò che le posso augurare è di disimpararlo entro i cinquanta, prima che sia tardi. Magari non è ancora troppo vecchia.

TAG: Cultura, Elena Stancanelli, Facebook, giornalismo, Guia Soncini, italia, libri
CAT: costumi sociali, Media

3 Commenti

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  1. alessandro-maggioni 5 mesi fa
    Gran bel post! Divertente e giustamente spietato. Oltre che giusto.
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  2. federico.gnech 5 mesi fa
    Non ho mai condiviso le sue tirate contro i «progressisti», ma il suo pezzo mi ha riportato alla mente la presenza della Soncini sul palco degli «stati generali della cultura» del PD, 7-8 anni fa. Se per progressismo lei intende ciò che i bipedi affini alla Soncini depositano sul tratturo dell'industria culturale al loro passaggio, il suo disprezzo è più che giustificato.
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  3. massimo-crispi 5 mesi fa
    AHAHAHA! Birbantaccio...
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