Vocabolarietto portatile 13 – Beneficenza

:
26 Novembre 2017

Natale si avvicina.

La beneficenza rompe gli argini, si riversa come un fiume in piena nelle placide vallate dei giorni feriali e inonda la vita quotidiana.

Vai al supermercato per comprare cento grammi di mortadella con lo sconto e, all’entrata, ti consegnano un sacchetto da riempire per i poveri.

All’uscita ti aspettano per ritirarlo.

Se non restituisci il sacchetto bello pieno gli sguardi degli astanti e degli addetti alla raccolta sono inequivocabili: sei un miserabile spilorcio.

Nessuno, com’è giusto, ti chiede la dichiarazione dei redditi.

Ragion per cui vieni iscritto d’ufficio tra quelli che sono in grado di fare beneficenza agli altri.

Questo è bellissimo ed è così che funziona il famoso capitalismo compassionevole.

E’ democratico.

Permette a chi ha appena posteggiato il suo SUV da quarantamila euro di riempire un sacchetto e, con qualche spicciolo, iscriversi tra i candidati alla beatificazione.

Lui farà la figura del benefattore del genere umano ma permetterà anche al disoccupato o al pensionato marginale (che sceglie i supermercati con la lente d’ingrandimento in base ai prodotti in offerta per risparmiare un euro e cinquanta su tutta la spesa della settimana) di fare la sua bella figura di merda.

Per non fare quella figura il malcapitato, che nega al figlio il babbo natale di cioccolata perché costa tre euro, esce dal supermercato avendo speso due euro per la mortadella e sei per riempire il sacchetto.

Va detto che filantropi sono sempre esistiti ma la beneficenza in formato aziendale, l’industrializzazione della filantropia, il suo dilagare nella quotidianità mediatica e mercantile è un prodotto di cui può andar fiera la nostra epoca.

Non ho un’idea precisa del suo giro d’affari ma non credo sia trascurabile.

In più la beneficenza è un industria che fornisce gioia a piene mani.

Essa riempie di gioia sia chi la produce e la lancia sul mercato, sia chi la fa.

A chi fa beneficenza quella gioia si legge negli occhi e ciò, naturalmente, gli fa onore.

Si diverte un po’ meno chi è costretto a riceverla, ma questo, nei suoi occhi, non si deve leggere. Ciò che bisogna leggervi è solo felicità e gratitudine nei confronti del benefattore. Il più insignificante lampo di ribellione o di insofferenza sarebbe disdicevole. La gioia del benefattore dovrà riflettersi su quella del beneficiato: coincidervi in ogni punto. Solo così, nel povero, il ricco potrà osservarsi come in uno specchio e compiacersi di se stesso. Povero e ricco si fonderanno in quella immagine.

Del tutto inutile, da quel momento, porsi la domanda semplicissima e fatale: perché uno dei due è povero e l’altro ricco?

L’aziendalizzazione della beneficenza riporta tutto alla condizione dell’ineluttabile.

Povertà e ricchezza, prodotti da impacchettare e commercializzare, non sono altro che materia prima. Un dato naturale come le specie animali, quelle vegetali, i terremoti, le malattie e la morte. Il resto è solo “invidia sociale e livore da perdenti”.

TAG: Cultura
CAT: costumi sociali, Media

2 Commenti

Devi fare per commentare, è semplice e veloce.

  1. paolo-barilli 3 anni fa

    Oggi non vedo commenti… I soliti “anticomunisti” viscerali non hanno niente da ridire; forse non l’hanno capito, perchè nell’articolo mancano le parole ” libero mercato” o “iniziativa privata”… gliele aggiungo io (Ugo Rosa mi capirà…), così magari intervengono di nuovo, poverini, penso a come staranno male a non avere argomenti per insultare quei “delinquenti di comunisti”. O forse sono sazi, poichè ieri sera in TV l’ha detto il “cavaliere”, notevolmente mummificato, ma è riuscito a dirlo .

    Rispondi 1 0
  2. latomm 3 anni fa

    Io pago le tase (=redistribuzione) quindi non faccio beneficienza e non riempio sacchetti e se mi considerano spilorcia francamente non me ne importa u fico secco.

    Rispondi 0 0
CARICAMENTO...