Vocabolarietto portatile 18 – Competenza (In laudem paucae doctrinae)

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25 Dicembre 2017

In laudem paucae doctrinae

Goethe diceva che si può scrivere solo di ciò di cui non si sa troppo.

Robert Musil, più di un secolo dopo, commentava:

“Chi non sa voltare le spalle alla scienza con segreta vergogna, ma con risoluzione bruciante, non intende l’ammissione di Goethe”.

Aggiungerei che non solo non la intende ma non è né sarà mai capace di scrivere.

Chi scrive (scrive, dico, in risposta alle particolari, spesso imbarazzanti, domande che la scrittura pone e non a quelle che pongono editoria, mercato e “settori di competenza specifica”) può anche non essere disposto ad ammetterlo ma, in verità, lo sa perfettamente.

L’osservazione goethiana va però estesa anche alla lettura.

Di ciò di cui si legge occorre non saper troppo.

Qualora se ne sappia più del dovuto si rimane ostaggio della supponenza e si finisce per pestare l’acqua nel mortaio della conoscenza “scientifica”.

E’ il destino degli specialisti: morire affogati nella propria competenza.

Quando si ha la disgazia di sapere, di un certo argomento, un po’ più del dovuto non è però necessario rinunciare a leggere o scrivere sul tema (il che sarebbe ugualmente autocelebrativo e in fin dei conti stupido) ma, saggiamente, dimenticare quel di più che si sa o si crede di sapere.

Per farlo occorre passione per il gioco dell’oblio e consapevolezza nel lasciarsi giocare da esso.

I presuntuosi, i supponenti, i protervi, in una parola i competenti certificati, ne sono incapaci e per questo, lettura e scrittura sono loro precluse, per quanto assiduamente frequentino la pagina.

Una certa ignoranza è essenziale dunque alla scrittura come alla lettura.

Ma è bene non equivocare sul termine.

L’ignoranza di cui sto parlando è, per così dire, una disintelligenza consapevole.

Qualcosa di completamente diverso dall’ignoranza trionfale, assisa in trono come una regina, irresponsabile di sé e di ciò di cui, senza alcun diritto, si appropria; incapace di scrivere o leggere altro che la conferma ufficiale dei suoi istinti più bassi; questa non vale più dell’arroganza dello specialista.

La disintelligenza a cui mi riferisco è invece delicatamente selettiva.

Sa scegliere gli argomenti da ignorare e muoversi tra essi con l’eleganza di una pattinatrice, adattandosi ad ogni lettura e ad ogni scrittura.

Sa scivolare sulla pagina come su una superficie gelata, attraverso la cui trasparenza intravede sempre qualcosa che sa non poter essere il fondo.

Su quella superficie si muove in circolo, senza alcuna apparente progressione.

Questa danza non ha nulla a che vedere con il balletto insulso dell’esteta (che attesta forse la peggiore di tutte le specializzazioni: quella di chi si arroga la competenza del “bello”) ma è piuttosto, una fuga asintotica verso l’infinito.

La superstizione della competenza, incapace di danzare, pretende follemente di afferrare ciò che solo in quella fuga prospettica vive.

Uccide scrittura e lettura imbalsamandole nella certificazione di un sapere che sa tutto fuorchè l’essenziale.

TAG: Cultura
CAT: costumi sociali, Media

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