Vocabolarietto portatile – Tenore

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18 Maggio 2018

Una voce “impostata” per l’opera lirica è quasi sempre inutilizzabile per la canzone.

Lo stesso, temo, può accadere, agli strumentisti di formazione classica con il jazz

Che la tecnica dei jazzisti, in virtù di conservatori e licei musicali, sia negli ultimi anni migliorata è un fatto innegabile.

Ma è ugualmente innegabile anche l’appiattimento subito dal jazz, dal rock, e in genere dalla musica popolare, nel corso degli ultimi decenni.

E’ come se anche in ambito musicale si verificasse quello che l’economia politica definisce caduta tendenziale del saggio di profitto.

Più aumentano gli investimenti sul capitale fisso (il talento di base) minore il guadagno che nell’esito finale del processo di produzione (musicale) se ne trae.

I più grandi tra i musicisti jazz o rock del passato sono autodidatti e questa non è stata, in fondo, una pura contingenza.

Il jazz, e poi il rock, furono tutt’uno con l’educazione musicale di chi li concepiva.

I loro creatori si formavano, anche tecnicamente, suonando jazz e rock e non ci “arrivavano” solo per ripiego o curiosità come se si trattasse di una meta turistica.

Possiamo dire che nessuno di loro aveva avuto scelta; era quella la loro musica e cresceva insieme a loro e alla tecnica con cui veniva messa in atto.

La tecnica di Jimi Hendrix non era straordinaria “in assoluto”.

Non lo era affatto.

Lo era in funzione di ciò che lui stava facendo.

Lo stesso vale per tutti i grandi jazzisti, da Bix Beiderbecke a Thelonious Monk.

Per comprendere la differenza basta mettere a paragone due musicisti della stessa generazione. Un pianista di formazione classica, che suonava anche il jazz, Friedrich Gulda (1930) e Bill Evans (1929).

Nel primo abbiamo un grande pianista classico che “interpreta” il jazz, nel secondo abbiamo il jazz.

Ma nel caso degli interpreti vocali la situazione è addirittura tragica.

Al contrario di un Gulda, i cantanti lirici non sono mai sembrati in grado di relazionarsi sensatamente alla musica popolare moderna. Neanche di interpretarla dignitosamente. Gli emuli di Pavarotti privano la canzone della sua identità e la riducono a puro feticcio per una esibizione vocale che, come quella di un culturista, riesce a dar conto solo della sua inutilità.

Per un’eccezione come Anne Sofie von Otter che, sotto l’amorevole, costante e rigorosa guida di Elvis Costello, si accosta alla canzone con la necessaria umiltà, arrivando a risultati dignitosi, centinaia sono invece i casi in cui tenori e soprani fanno terra bruciata della musica popolare moderna.

Qui non si tratta di “contaminazione”, come credono gli ottimisti, ma di sopraffazione e contraffazione, perché la musica popolare non ha alcun bisogno di venire nobilitata e qualsiasi tentativo del genere sfocia fatalmente in kitsch, come testimoniano infallibilmente tutti questi culturisti canori.

Perciò ogni volta che vedo sul palco un cantante lirico che, con l’aria di chi ti sta facendo una cortesia, annienta una canzone divento un bombarolo.

TAG: Cultura
CAT: costumi sociali, Musica

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