Lettera su un epitalamio da bivacco

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29 novembre 2019

Cara fb

il conformismo piccolo borghese ha sempre costituito la spina dorsale del fascismo che si regge in piedi solo grazie a quella ossatura e, da essa, deriva quasi tutte le sue caratteristiche fisiognomiche.

Il teppista con il manganello, un tatuaggio con uno slogan contro i negri sul petto e, nel cuore, il desiderio di prenderlo nel culo da quei negri medesimi ne è l’alter ego. A tutti i fasci d’assalto di questo mondo troverete immancabilmente un reggicalze sotto la mimetica, il rimmel dentro il tascapane e, nelle sparute sinapsi cerebrali la meschinità contabile del ragioniere fallito.

Il loro duce non poteva che essere uno come Mussolini.

La femmina di questa specie è, se possibile, anche peggio, perché alla frustrazione che le deriva da un maschio simile associa l’incombenza, assegnatale da Dio, Patria e Famiglia di dovergli lavare e stirare la lingerie da combattimento. I due aspetti coesistono perché questa appiccicosa mistura di pavidità, miseria morale e pochezza intellettuale che fornisce al fascismo il suo inconfondibile aroma, possiede una inusitata vocazione al travestimento. La puoi scoprire, di volta in volta, sotto la feluca dell’accademico, sotto la toga del magistrato o dietro la prosopopea del gazzettiere.

Con l’innalzamento della marea mediatica dovuta allo tsunami comunicativo la tendenza alla mascherata ha raggiunto livelli carnascialeschi. Per il conformista che prima si muoveva a suo agio con la compunzione del farmacista e del travet è diventato un punto d’onore assumere un’aria scanzonata e irridente, ostentatamente bohémienne, da mascalzone istituzionale.

Assistiamo così allo spettacolo di un perbenismo sconfinato e sconfinatamente bigotto che si mette però quotidianamente in scena negli stracci del più ridicolo teppismo di maniera. Puro folklore oleografico, fasullo fino al midollo, che ovviamente non deraglia dai binari della burocrazia statale e non la mette in discussione neppure per un attimo ma che, in piccionaia, riscuote sempre un successone. Una miscela di arroganza nei confronti dei più deboli, spocchia verso chi non può ricacciartela in gola, vacua e vociferante “political incorrectness” e, come collante, adorazione e servilismo nei confronti del successo e della ricchezza e un’aggressività ferina verso ogni, seppur vaga, minaccia, per lo Status Quo.

Si tratta di caratteristiche oramai consolidate in personaggi di riferimento della rappresentazione mediatica nazionale. Basta accendere la tv e li si vedrà sfilare in corteo. Le imitazioni in sedicesimo, per strada, non si contano. Lo scimunito, per esempio, che ieri ha chiesto, in diretta dal parlamento, la mano della povera Elisa (che se è così dolcemente complicata da tollerare uno simile se lo merita di certo) ne è un clone in miniatura: un ridicolo furiere da bivacco di manipoli, che, sbattendo le ciglia come una cheerleader, cinguetta in falsetto da sopranista il più fetido degli epitalami. Un classico da cineteca.

Tuo

ur

p.s.

A proposito della vicenda…spero che tu non fraintenda: non m’interessa un fico secco dell’indignazione progressista che, come un reflusso gastroesofageo, segue immancabilmente l’ingerimento di questo genere di manicaretti. E’ una reazione del tutto prevedibile che, al più, vale come sintomo di quella degenerazione perbenista – uguale e contraria alla loro – che, gli imbecilli di parte avversa, sanno di potere suscitare a piacimento, come i movimenti di una marionetta. Tirando una funicella. Ciò che m’intriga è proprio la minchiata in sé, la mistura di provocazione e codineria conformista che trova espressione nell’epitalamio. Vi scorgo infatti una bella icona della consistenza intellettuale della piccola borghesia italiana, una sintesi dei suoi meccanismi cerebrali.

 

TAG: Cultura, giornalismo, italia, parlamento, politica
CAT: costumi sociali, Parlamento

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