Una domanda per gli amici di sinistra (ancora vivi)…

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4 Dicembre 2017

Se si mettono a confronto la “Storia della rivoluzione russa” di Trotsky e “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed la differenza, a dispetto dell’identità del tema, appare evidente.

Il primo è scritto da un uomo che partecipò, in prima persona, e in funzione non certo secondaria, ai fatti che racconta, il secondo da un osservatore esterno, per quanto non “al di sopra delle parti”.

Se il racconto è condotto in modo del tutto diverso, una cosa però emerge incontestabilmente: la natura di classe degli eventi di ottobre.

Usare oggi il concetto di “classe” comporta una notevole dose di incoscienza, dal momento che il senso comune l’ha rigorosamente espunto dal novero di quelli utilizzabili (e addirittura pensabili) dalle persone per bene.

Ma basta scrostare con l’unghia la superficiale patina di conformismo che lo nasconde perché ne emerga quel crinale, impossibile da ignorare, che separa povertà e ricchezza.

La rivoluzione russa, qualunque cosa se ne pensi, segna in tal senso una discontinuità storica. Da quel momento gli spartiacque della lotta politica non saranno più quegli altisonanti concetti che, dal tempo della rivoluzione francese, vennero sempre pronunciati, ma soprattutto pensati, con lo squillo del punto esclamativo: Libertè! Egalitè! Fraternité!

In nessuno dei due testi, che insieme contano più di un migliaio di pagine, si mettono in ghingheri queste parole e quando occasionalmente le si scrive esse non assumono mai il senso che avevano prima dell’ottobre.

La linea decisiva della contrapposizione politica diviene, da allora, una sola: quella che separa il ricco dal povero.

Per buona parte del secolo il settore politico che si definiva “sinistra” ha orientato la barra su questa discriminante. Fino a due o tre decenni fa. Poi la bussola andò perduta.

Sono stati rimessi in auge con tanto di punto esclamativo quei concetti licenziati dall’ottobre come ferri vecchi (se non accompagnati dal riconoscimento prioritario della loro natura profondamente “classista”).

Si è dichiarata solennemente l’inesistenza della frattura che separa il ricco dal povero e la si è nascosta puntigliosamente sotto una miriade di coloratissime piccole crepe superficiali; il cui riconoscimento non è politicamente futile solo qualora ne venga rilevata la dipendenza dalla faglia principale.

Così, la “sinistra” si è fatta paladina di quote rosa, matrimoni e adozioni gay, precisazioni linguistiche di qualsiasi genere (non dire “frocio”, non dire “negro”, non dire “handicappato” ecc.) indignazioni varie e storiche battaglie per lo ius soli, il testamento biologico e così via. Cose belle? Sì.

Ma come mai, a fronte di queste conquiste epocali, il lavoro è ridotto a elemosina, il diritto alla pensione ridicolizzato, il povero e il disoccupato abbandonati a se stessi…e a definirsi di “sinistra”, oggi, sono Farinetti, Scalfari, De Benedetti, la Gruber e Fabio Fazio?

TAG: Cultura
CAT: costumi sociali, Partiti e politici

Un commento

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  1. gianmario-nava 3 anni fa

    “il lavoro è ridotto a elemosina” solo se si continua a mettere i bastoni fra le ruote al sistema di ricollocazione attiva in corso di implementazione per ritornare al sistema di protezione del posto di lavoro “appaltato” ai privati che devonoo garantirlo contro ogni evidenza aziendale. “il diritto alla pensione ridicolizzato” solo se si continua a pensare che i giovani devono mantenere i vecchi a dispetto delle loro condizioni, della capacità del sistema economico (governato dai vecchi) di loro inserimento, è la realtà che rende ridicoloa quella pretesa, “il povero e il disoccupato abbandonati a se stessi” solo se si continua a pensare che non abbia risorse, che non possa farcela, che ormai è tagliato fuori e non si investe in formazione che serva all’utente e non ai formatori e professori, se si continua a demonizzare a prescindere chi il lavoro può darlo (i ricchi? magari solo i capaci…) e non si studiano soluzioni concrete di inserimento (vedi sopra), se “facciamo piangere un po’ anche i ricchi” pronunciato da un ricco (di fatto, non è una colpa) di sinistra non viene sentita come una frase da cialtroni, buona per cazzeggiare al bar e non per governare un paese.

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