Il controllo delle coscienze che passa da quello del corpo

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5 Giugno 2020

C’è una strana deriva nella comunicazione istituzionale e che tutto fa intravedere tranne quel “volemose bene” che tanto si auspicava da più parti nell’epoca post-covid, nella quale non siano ancora entrati. Mi riferisco alla sequenza di notizie che nel giro di pochi giorni hanno inondato i social e i giornali. Una smania di esercitare un controllo sulle coscienze, passando attraverso i corpi, che ricorda molto da vicino secoli di controllo morale esercitato attraverso il controllo del corpo e della sessualità dalle istituzioni religiose, in tutte le varianti ed a tutte le latitudini.

Dopo avervi parlato del bacio proibito sulla terrazza di Teheran, stavolta ve ne propongo tre fra i tanti.

Il primo esempio viene dalla Russia di Putin, dove da qualche giorno gira uno spot anti-gay a scopo propagandistico. Il filmato narra la storia di un bambino di un orfanatrofio che viene adottato da una coppia di giovani omosessuali sotto lo sguardo sconvolto delle educatrici, che sputano disgustate. Uno dei due uomini è truccato pesantemente ed aspetta il suo compagno e il bambino all’uscita, mentre fuori campo una voce narrante molto maschia dice: «E’ questa la Russia che volete? Decidete il futuro del Paese, approvate gli emendamenti alla Costituzione». Questi emendamenti, in sostanza, permetteranno a Putin, di restare al potere fino al 2036. In un Paese dove ogni espressione di affettività che non sia tradizionale è vietata e dove sono note le stragi gay in Cecenia, i media hanno presentato l’UE come la “Gayropa”, mentre l’indifferenza circonda il record mondiale di aborti, la depenalizzazione della violenza domestica, l’industria non sanzionata degli uteri in affitto. Tutto molto tradizionale. Il tutto con il sostegno degli elettori di Putin, formato da sovranisti globali non giovanissimi e nemmeno troppo acculturati, nostalgici del passato della Russia, un Paese che faceva paura al mondo. Il Coronavirus ha però fatto traballare molte certezze ed esposto alla precarietà dell’esistenza ogni classe sociale in modo trasversale. I giovani sono i più colpiti. Pare che il giovane attore che interpreta la “mamma” gay abbia ripudiato lo spot, affermando che per la prima volta andrà a votare contro Putin.

La seconda storia che vi raccontiamo riguarda la app Immuni tacciata di sessismo, per via della cover, prontamente ritirata, in cui si mostrava una donna con in braccio un bambino ed un uomo al lavoro al computer. A parte tutto il polverone che l’immagine ha sollevato sui social, con toni anche molto accesi, la cosa ha scomodato anche la ministra per le Pari opportunità, Elena Bonetti, che ai microfoni di Radio 1 ha dichiarato che «immagini come queste possono provocare dei danni in quel processo di affermazione reale e concreta del protagonismo femminile». A scomodarsi sono state anche altre personalità del mondo politico che qui non elenchiamo per brevità, ma l’effetto è stato che l’azienda milanese Bending Spoons che ha sviluppato la app ha fatto subito marcia indietro e, come si dice con un’espressione molto in voga oggi, ci ha “messo una pezza” invertendo le immagini: nella nuova cover, infatti, il bambino compare in braccio al papà e la mamma è al lavoro al computer.

L’ultima storia viene da Israele e riguarda la rivolta delle studentesse che si sono presentate a scuola in “shorts”, per protesta contro una preside di scuola che aveva rimandato a casa alcune di loro, ree di essersi presentate a scuola in jeans ritenuti troppo corti (ricordiamo che Israele registra temperature molto elevate in questo periodo dell’anno). L’episodio è successo a Ra’anana, la città che nel 2018 ha eletto il primo sindaco dichiaratamente gay della storia di Israele. Subito le ragazze hanno iniziato a postare sul web foto che le ritraevano con l’abito incriminato, denunciando il sistema patriarcale che ancora incide su una società ancora impregnata di oltranzismo religioso. Le ragazze dicono che questi divieti nascondono il tentativo di infiltrare tra i banchi di scuola il valore religioso della tzniut, cioè il pudore della donna, che deve nascondersi in abiti soffocanti come appunto detta la religione. Anat Lev-Adler, attivista e giornalista del quotidiano israeliano Yedioth Ahronot (già famosa per avere organizzato lo sciopero delle donne del 2018, quando piazza Habima si riempì di scarpe rosse come il sangue versato a causa dei femminicidi), si dice fiera della protesta di queste ragazze ed individua il problema politico alla base della sottomissione che ancora si richiede alle donne israeliane, mentre ai maschi giovani nessuno imponga codici di abbigliamento o di condotta e ne tolleri «l’informalità a volte davvero discinta».

Insomma, dopo duemila anni di storia, si ripropongono ancora i meccanismi ampiamente collaudati della dominazione sui popoli e sulle società, che passano attraverso gli aspetti più intimi ed essenziali di una persona, quali la gestione del proprio corpo e l’espressione della propria affettività e sessualità. Con tutto il corredo di stigma sociale, vergogna, nascondimento, paura e quant’altro tali meccanismi possono innescare.

E che dire: nell’epoca della comunicazione virtuale e globale lo si fa con strumenti sofisticati e di forte impatto emotivo. Ma la risposta, non può che arrivare da quegli stessi mezzi. Tralascio il rigurgito di pubblicità sessiste, ma a titolo meramente esplicativo posto un’immagine qui, direi molto chiara al riguardo.

TAG: questioni di genere, società
CAT: costumi sociali, relazioni

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