Che cos’è la povertà?

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29 Settembre 2017

Alla domanda “Qu’est ce que la proprietè?” Proudhon, nel 1840, rispondeva “C’est le vol”. Ai tempi evitò per un pelo la galera. Che uomo fortunato. Non per averla evitata bensì per averla rischiata. Che bei tempi quelli in cui dicendo una cosa simile, si era presi sul serio! L’avesse detta oggi (se mai gli fosse venuta in mente) nel migliore dei casi avrebbe suscitato qualche imbarazzata risatina di compatimento. In due secoli abbiamo fatto davvero immensi progressi. L’arma principale contro la verità, anche contro la più evidente delle verità, non è più il rogo o la galera. E’ l’indifferenza. La verità non trova attrito né ostacolo, si perde all’orizzonte e fatto il periplo del pianeta ti ritorna da dietro le spalle come un boomerang. Si da il caso che, se non fai attenzione, ti rompe pure le corna. E quella di Proudhon fu una verità. Banale come tutte le verità, dopo che che qualcuno le ha dette e, qualcun altro, ascoltate. Ma poiché oggi, ad ascoltare la più banale delle verità, non c’è più nessuno, per dirla è necessario caricarsi sul groppone il cofano del ridicolo. Solo i giullari possono farlo. Perchè un giullare, da perdere, non ci ha niente e col ridicolo ci va a nozze. Perciò mettiamola così: la ricchezza (comunque prodotta) che si accumula nella mani di alcuni, anche se non implica una ruberia diretta nei confronti degli altri, genera l’ingiustizia; e questa ingiustizia ha la forma di un furto. Non un furto ai danni delle tasche ma (ed è molto peggio) della vita stessa. Il povero non è derubato di qualcosa di materiale. Il denaro gli manca solamente, nè importa quali siano le cause di questa mancanza. Il furto avviene in un altrove neppure individuabile e non c’è nessun ladro a perpetrarlo. La povertà lo priva, infatti, della sua stessa esistenza. Egli può certamente, nel più favorevole dei casi, sopravvivere. Ma vivere mai. Non è borseggio, ma estorsione dell’essere. Il povero non può ESSERE. La sua povertà rende la vita, metaforicamente (e talvolta letteralmente) impossibile. Se si riduce, come si fa di solito, la differenza tra il ricco il povero, ai confini delle loro tasche, la si mette alla mercè dei bottegai ipocriti che predicano la “carità cristiana” e razzolano nei bassifondi del mercato. La povertà supera qualsiasi contingenza materiale, strema ed esaurisce, come una malattia incurabile, chiunque ne sia vittima. Lo priva di porzioni enormi della sua esistenza spirituale e lo relega sopra un metro di terra invitandolo a scavare e additandogli il suo futuro con un ghigno grottesco. Tra il ricco e il povero esiste una distanza abissale e irriducibile che né carità, né bontà e neppure compassione sono in grado di coprire. Quella distanza non la si può percorrere, la si può solo annullare. Oppure rassegnarsi alla discriminazione, alla ingiustizia e ad una umanità mutilata e grottesca così come ci si rassegna alle catastrofi climatiche. Con la differenza che tutto questo non ha nulla di naturale.

 

TAG: Cultura
CAT: costumi sociali, Scienze sociali

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