Il discorso progressista come prosa e prassi edificante

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3 Aprile 2019

La remissività con cui il discorso progressista si sottomette al risaputo potrebbe, tra qualche anno, divenire proverbiale. O almeno diventare argomento di barzelletta. Ogni chiacchiera vi si sistema flemmaticamente nel solco del già detto e fa sì che qualsiasi impulso alla modificazione, ogni cambiamento nella carcassa assopita dello Status avvenga senza svegliare l’anestetizzato. La nenia progressista pratica l’ipnosi con l’aiuto del pendolino elettorale che ritmicamente oscilla per poi ritornare sempre allo stesso punto dal quale, del resto, non si muove se non per gioco. Un moto ludico che potremmo definire “rappresentazione della rappresentanza”. Infatti è proprio questo “gioco” che inscena l’apparenza del cambiamento. Ogni cosa è rappresentata nella sua mutevolezza ma rimane uguale. Questa oscillazione, che il progressista definisce appunto “cambiamento”, si avvale di una prassi combinatoria affascinante quanto elementare. Essa consente di dire o scrivere praticamente intorno ad ogni cosa purché nello stile richiesto dal mercato (a base di “sinergie” “target” “imprenditorialità” “budget” ecc.). Queste elucubrazioni burocratico-mercantili devono essere redatte sulla carta intestata dello Status Quo, la quale reca in effige il simbolo padronale, quello del dogma della distribuzione ineguale della ricchezza e della intangibilità della proprietà privata. A fondamento di qualsiasi libera affermazione progressista va dunque posta questa pietra sacra, sigillo che proviene dalla notte dei tempi e la cui rimozione è, prima ancora che impossibile, decisamente impensabile. Togliere quella pietra angolare equivarrebbe a far crollare l’intero edificio e, insieme ad esso, ogni ragion d’essere per il progressismo, con il suo sentimentalismo, l’umanitarismo e la filantropia (che esigono il loro contrario: barbarie, disumanità, ferocia). E’ da quel tabù tribale (l’impensabilità della redistribuzione della ricchezza) che derivano le contraddizioni insanabili in cui si dibatte il progressista. Tali aporie, accuratamente rimosse, vanno ad arricchire il magazzino del non detto e la loro accumulazione finisce fatalmente per compromettere l’espressione del dicibile. Oppressione e dominio si esercitano infatti, in prima istanza, attraverso quel linguaggio che costruisce il discorso quotidiano. Esso consiste, certo, di quello che diciamo, ma in misura uguale o addirittura superiore di quello che non diciamo, perché evitiamo o non siamo in grado di dirlo. E’ il non detto, insomma, che circonda da ogni parte il detto ed è l’indicibile ad assediare il dicibile, costituendone lo sfondo e definendone il contorno. Così il linguaggio progressista si fa linguaggio del dominio e come tale si impone al dominato. Discorso edificato dal dominio e che, nello stesso tempo, edificando il dominato, edifica il dominio stesso.
La prosa progressista non è edificante per vezzo, lo è per vocazione.

TAG: Cultura, giornalismo, innovazione, italia, politica
CAT: costumi sociali, Scienze sociali

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