Non è Manhattan- Vivere, Scopare, Mangiare e Crepare nell’era di Whatsapp (I)

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14 aprile 2019

Non esiste, nella mia testa, una canzone che prediligo dei Radiohead. Certo, posso provare a selezionare una lista di possibili candidati, sfogliando la discografia, cancellando a matita, con un tocco leggero appena percettibile, quelle canzoni a cui non sono particolarmente legato, ma alla fine non otterrei poi molto. Tuttavia, se c’è una canzone che fin dalla prima volta è stata assorbita dal mio intero organismo- le mie ossa, il mio tessuto corporeo, le molecole di DNA- quella canzone sarebbe Let Down. Per molti è soltanto la cugina scema di No Surprises, una canzoncina pop, con quel giusto retrogusto malinconico che è un marchio di fabbrica di Yorke & Soci. Eppure a un certo punto, con quel suo solito eloquio strisciante Thom Yorke sbiascica quella parole:

One day, I am gonna grow wings
A chemical reaction
Hysterical and useless

Il desiderio di evasione, di fuga da quell’angusto rifugio che il passato ci ha dato in dono concentrato in una sola frase. Lo stesso sentimento di fuga che è comparso attraverso caratteri neri su sfondo bianco sulle mie chat di Whatsapp. Ogni occasione per muovere le tende era buona. Treni in putrefazione con gomme da masticare appiccicate sotto ai sedili, passaggi raccattati alla bell’e meglio stipati nei sedili di dietro, voli lowcost, vacanze studio.

Ma c’è qualcosa di peculiare. Il desiderio di fuga dalle proprie quattro mura è un sentimento quasi universale- tolti quei quattro poveri idioti che vogliono sposarsi nella stessa chiesa dei genitori con la loro compagna delle medie e fare un figlio a cui daranno il nome del nonno- una valvola di sfogo per evadere da una realtà che, manifestatasi in un primo momento come ammiccante, presto si dimostra soltanto noiosa e banale. Questo era qualcos’altro: una sorta di movimento centripeta, orde di ragazzi che muovono dal “buco di culo” di provincia verso città sempre più grandi finchè non trovano il loro posto. Un posto dove le cose succedono. Da studente delle medie e delle superiori il mio tempo si divideva tra lo studio e quel mondo quasi-immaginario, costruito nella mia testa raccattando i pezzi, un collage di musica alternative americana e inglese, cinema indipendente o d’epoca, autori come Jonathan Franzen, David Foster Wallace, Bret Easton Ellis. Come se  le pareti della mia stanza, gli alberi del cortile, perfino le buche nell’asfalto di Sassuolo venissero tramutate in luoghi interessanti, dove l’arte si mischia al pensiero e al profumo e al vino.

Non si tratta di qualcosa di peculiare soltanto dal punto di vista locale, ma anche temporale. In questi mesi le mie orecchie hanno sentito per più di una volta il termine “Generazione Erasmus”. Penso sia un termine fuorviante, a tal punto che certi giornalisti (va beh, vanno scusati, sono poi giornalisti, non ci si può aspettare tanto) hanno obiettato che “no, non si tratta affatto della Generazione Erasmus” mostrando i dati che testimoniano come soltanto un numero estremamente limitato di studenti partecipa al progetto. Non starò qui a illustrare le difficoltà puramente organizzativi dell’Erasmus, soprattutto in certe facoltà e soprattutto nei corsi di laurea triennali dove gli esami sono obbligatori, perchè lo trovo stupido. Il punto è che la nostra generazione intesse relazioni e rapporti più facilmente e andando oltre i confini nazionali: siamo una generazione che è in grado di comunicare con un linguaggio universale- ovvero l’inglese-, che guarda gli stessi film e le stesse serie su Netflix, che ascolta la stessa musica su Spotify, che si contamina, interagisce, che visita città, legge, scrive, pensa in modo globale ma tenendo conto delle differenze, costruendo un’identità estremamente peculiare contaminandosi, rubando da differenti culture e usanze.

Qualche giorno fa, Arianna, che si trova effettivamente in Erasmus in Irlanda, per chiedermi di cercare un libro che lei non riusciva a trovare e io ho chiamato Syrcia, che invece studia in Spagna, per prenderlo alla biblioteca della sua università. Il tutto nel giro di qualcosa come 45 messaggi tra Whatsapp e Facebook.

Ma proprio qui si apre un paradosso che sembra insanabile, un paradosso che si insinua fin dentro alle ragioni della tecnica: quanto è importante l’ubicazione al tempo della riproducibilità tecnica della vicinanza? Che detto senza citare Walter Benjamin significa: è davvero importante, nell’era dei social, il luogo in cui ci troviamo?

Un tempo, remoto e distante, le città erano qualcosa. New York era New York, Seattle era Seattle, Roma era Roma, Londra era Londra e Parigi era Parigi. E non c’entrava la storia, i monumenti o i venditori abusivi che ti fermano per strada. No, era una questione diversa. In un articolo, disperso nei meandri della mia mente, si parlava di James Murphy, leader degli LCD Soundsystem, e di come si sia costruito la sua vita professionale prima degli LCD. Che al tempo significava non soltanto girare i locali facendo Dj Set con il suo Death From Above o produrre band indipendenti punk che finivano dopo due demo e nemmeno contattare Steve Albini per ricevere una planimetria di uno studio. Significava essere al posto giusto. E quel posto era la New York post 11 settembre, la New York post Is This It degli Strokes, dopo la nuova ondata Post Punk Revival degli Interpol. Una scena che viene dipinta benissimo da Lizzy Goodman nel suo Meet Me in the Bathroom.

Sembrano tempi ancestrali, in un’epoca in cui chiunque, anche il più infame dei piskelli può pubblicare una traccia su Soundcloud e sfondare nel mondo della musica, un mondo sempre più fluido e imprevedibile.

Per noi che senso ha trovarsi a Brooklin, a Londra o a Latina? Per noi ha davvero importanza- o un’importanza decisiva- il luogo in cui siamo? Abbiamo creato i nostri luoghi di culto, quelli di incontro e spesso anche le nostre vite nei social network e sui nostri smartphone. Che senso ha la strada in cui sto passeggiando, la camera da cui sto scrivendo tutto ciò, il bar in cui prenderò un tè stasera?

Credo che per capire questo paradosso- che paradosso non è affatto- si debba parlare in modo abbastanza neutrale di ciò che ha permesso questa dissociazione tra il materiale e il virtuale: i social network e il progresso tecnologico.

I miei genitori per uscire dovevano eseguire, ogni volta, un rituale fin troppo lungo e ripetitivo; a me invece basta mandare qualche messaggio su Whatsapp sperando che qualcuno sia disposto a sopportarmi mentre sorseggio tè caldo. Si tratta di una contrazione di tempo notevole e un’indipendenza, quasi totale, dal luogo. Non solo: potrei anche decidere di uscire in veranda, scaldare l’acqua nel bollitore, mettere in infusione il mio Paul and Virgin e rimanere a parlare con un numero estremamente elevato di persone su Whatsapp o sui Direct di Instagram. Anzi: potrei decidere di uscire, starmene in un qualche bar un po’ hipster un po’ ricercato ascoltando un dj-set alquanto bizzarro con qualcuno e nel mentre parlare con un numero altrettanto elevato di persone su Whatsapp o sui direct di Instagram. E potrei condividere la mia posizione su Whatsapp per far loro sapere dove sono e cosa sto facendo o fare foto per Instagram, addirittura posso creare un sondaggio sulle storie e far decidere a loro cosa farò. La potenza dei social non sta nel loro essere un mondo platonico distaccato dal mondo reale. Il social, così come lo smartphone, diventano costole cognitive ed espressive dell’individuo.

Inoltre da persona che passa parecchio tempo attaccato al suo smartphone- come dice la mia amica Lucia, se io non avessi il telefono per smanettare, ora avrei qualche dottorato- posso dire che si è venuto a creare un linguaggio di tipo differente. Ho sentito molti bacchettoni affermare che l’utilizzo del telefono e le chat a distanza inaridiscano la conversazione. Per quanto la mia esperienza sia limitata e anche se ci non sono studi in merito per quel che ne so, si assiste esattamente al contrario. La forma scritta, che come dice Maurizio Ferraris sembrava ormai vetusta negli anni ’90 con lo sviluppo dei telefoni, permette un grado di elaborazione del pensiero più elevato, un’attenzione più fine ai dettagli.

Quindi mentre il mondo virtuale e il mondo reale si contaminano a vicenda, così le nostre vite vengono rimpolpate da entrambi. Le nostre uscite continuano anche dopo che la chiave è stata infilata nella serratura, fissando il display luminoso del cellulare; facciamo videochiamate con persone lontane; seguiamo i dettagli più infuocati del gossip standocene tranquilli in casa.

Effettivamente quindi l’ubicazione perde importanza, o meglio, non è più una condizione necessaria per accedere a certi contenuti, per avere un certo tipo di cultura, per conoscere le persone, nemmeno per discutere di questioni “alte” o per partecipare a movimenti o a scene artistiche e non solo.

Resta però una cosa da analizzare. E cioè: qual è il ruolo del corpo in un mondo in cui i singoli dettagli vengono ridotti a dati?

 

 

 

TAG: innovazione
CAT: costumi sociali, Scienze sociali

Un commento

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  1. tom452 2 mesi fa
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