Vocabolarietto portatile – Liberalismo

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20 Maggio 2018

Come molti della mia generazione ho letto un numero piuttosto rilevante di libri. Di ogni genere. Prontuari per imbianchini, trattati di architettura, guide turistiche, saggi filosofici, manuali per carpentieri, romanzi pornografici, poesie. Mi sono sempre sforzato di trovare nei libri che leggevo un’ombra di verità e, devo dire che l’ho trovata quasi sempre.

Ho letto libri di sciovinisti come Maurras e ne ho tratto piacere, ho letto libri di persone che mi erano estranee in ogni fibra come Junger, Cioran o Davila e ne ho tratto piacere, ho addirittura amato libri di reazionari come De Maistre e di parafascisti come Leon Daudet. Mai, fino ad oggi, mi ero imbattuto in un libro repellente.

Con l’età, evidentemente, può accadere anche questo.

“Liberalismus” di Ludwig von Mises, già al tempo della sua pubblicazione lisciava il pelo a quel ceto medio riflessivo che si spellava le mani per applaudire il fascismo italiano e si preparava ad abbassarsi le braghe davanti al nazionalsocialismo.

Una categoria di supponenti minchioni che, fin dal secolo precedente, arruolava tutti i Bouvard e i Pecuchet d’Europa.

Dopo un secolo su questo libro, già polveroso ai suoi tempi, si sono accatastati strati impressionanti di insulsaggine: la divinizzazione della proprietà e della imprenditorialità, l’apologia della competitività, l’encomio del darwinismo socioeconomico, sono divenuti luoghi comuni dei quali ogni imbecille fa indigestione e rigurgita ad uso di altri imbecilli.

Vi scopriamo come i comunisti si pappino i bambini, come il lusso di chi se lo può permettere sia cosa buona e giusta (perché suscita emulazione in chi non se lo può permettere facendolo impegnare nella missione umanitaria di fottere meglio il suo prossimo) nonché, dulcis in fundo, quanta gratitudine e ammirazione dobbiamo riservare al fascismo che ha salvato la proprietà privata dalle grinfie dei comunisti.

Questo libro, fondamentalmente cretino, è scritto con una prosa da burocrate in vena di spiritosaggini, di una volgarità impressionante e di una scempiaggine strepitosa, infiocchettata col risentimento del piccolo junker in attesa della decorazione ufficiale che tarda ad arrivare.

Leggendolo non si può fare a meno di chiedersi qual è il limite oltre il quale un essere umano non sia più capace di mentire a se stesso e, soprattutto, se questo limite effettivamente esista.

L’epitome della barbarie ideologica; che consiste precisamente nel non rivelare a se stessa di essere pura ideologia.

Eppure a questo individuo, capace di scrivere nel 1927: «Non si può negare che il fascismo e tutte le tendenze dittatoriali analoghe siano animati dalle migliori intenzioni e che il loro intervento…abbia salvato la civiltà europea. I meriti acquisiti dal fascismo rimarranno in eterno nella storia» (Liberalismus, 1.10), a questo scimunito, insomma, i liberali “puri” hanno eretto un monumento di granito.

Ripugnante, certo. Ma, devo ammettere, anche istruttivo.

TAG: Cultura, libri
CAT: costumi sociali, Scienze sociali

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