Progressivismus-1 (…che si fa sabato?)

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7 febbraio 2019

La retorica progressista presuppone sempre il benessere di chi la pratica; in misura variabile ma in nessun caso inferiore ad un livello che sarebbe perfino quantificabile con discreta precisione, credo, mediante adeguate indagini statistiche. Accade con una certa frequenza (e sempre più spesso purtroppo accadrà in futuro) di imbattersi in un reazionario povero ma un progressista indigente è quasi una contradictio in adiecto. Non è difficile spiegarlo: la retorica progressista va coltivata e la sua coltivazione è un processo lungo e, soprattutto, costoso. Occorre seminarla in tenera età e irrigarla nell’adolescenza, per poi, nell’età matura, farne un fascio con lo status definitivo e attestato di benessere economico del portatore. Il progressista deve, affinché il suo progressismo fiorisca, praticare uno stile di vita adeguato che, d’altra parte, lo fa invecchiare bene: vacanze (intelligenti), viaggi (culturali) buoni ristoranti e ottime cantine (cultura enogastronomica) insomma cose che rendono la vita non sgradevole perché coltivano e, viceversa, coltivano perché rendono la vita non sgradevole. La dura disciplina dell’uomo che si coltiva, però, ha i suoi costi e per permettersi quello stile di vita, si devono tenere accuratamente distinte le alate chiacchiere filantropico-ricreative sui diritti dell’uomo da qualsiasi iniziativa pratica che possa dare all’uomo suddetto le possibilità economiche concrete di fare, se vuole, le stesse cose che fa il coltivato. Dunque i diritti umani vanno benissimo…ma i soldi, purtroppo, se li tiene chi ce li ha: dopotutto viviamo in una società liberale. Gli illuminati anatemi che il progressismo d’alto e medio bordo lancia ormai quotidianamente, dai social, dai giornali e dalle tv, contro quota 100 (che permette alla canaglia di andare in pensione mentre la biologia la dichiara ancora giovane fino ai settantacinque anni) e reddito di cittadinanza (che, come spiega l’economia politica, incentiva il fancazzismo nella prole della sopraddetta canaglia) vanno letti nel solco di questa recrudescenza illuministico-difensivista. Da un lato il progressista si inalbera nel nome della cultura scientifica e dall’altro attua una difesa strategica a lunga gittata nei confronti del mantenimento degli attuali tenori di vita: quello del disoccupato (che andrà dignitosamente a coltivare pomodori sotto un caporale) quello del pensionato (che tra sei o sette anni potrebbe anche essere morto, con beneficio delle casse dell’INPS ) e, infine, ma direi soprattutto, il suo. Che va, naturalmente, difeso in nome e per conto della cultura e dei diritti dell’uomo:
“Dove vai in vacanza?”
“…sono indeciso tra Londra per la mostra degli impressionisti e New York per quella sull’astrattismo informale…sabato però ci si vede a Roma per la grande manifestazione sindacale contro quota cento e reddito di cittadinanza.
La sera conferenza di Cacciari e poi risottino ai tartufi da Fulvia”

TAG: Facebook, giornalismo, Lavoro, politica
CAT: costumi sociali, società

2 Commenti

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  1. federico.gnech 2 mesi fa
    Arch. Rosa, lei scrive «Accade con una certa frequenza (e sempre più spesso purtroppo accadrà in futuro) di imbattersi in un reazionario povero». Perché «purtroppo»? Non la fanno contento queste masse di reazionari poveri che si uniscono a voi reazionari privilegiati? Ancora un piccolo sforzo e degli odiati progressisti potrete fare poltiglia. Lei con la sua tastierina, altri con mezzi più cruenti. Si rassereni.
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  2. Ugo Rosa 2 mesi fa
    Il suo commento tende a provocarmi, più che serena rassegnazione, parossismi di gioia selvaggia. Vede, io amo Joseph de Maistre ma mai sono stato colto dal sospetto inebriante di potere essere accomunato a lui, non fosse che come “reazionario privilegiato”. Ma devo, con dispiacere, disilluderla...quel grande reazionario poteva augurarsi che la Vandea facesse piazza pulita di tutti i volterriani...che minchia vuole che mi auguri io quando al posto di Voltaire ci ho solo Fabio Fazio? Caro signor Gnech purtroppo "ca nun ce sta piacere nemmeno a ghi a fa 'nculo pe' 'na sera" (cit. Pino Daniele).
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