Il povero come cane da salotto

23 Marzo 2019

Non ho idea di come al progressista piaccia oggi definire quello che una volta si chiamava proletariato ma sospetto che preferisca non nominarlo affatto. È comme il faut tacerne e non riconoscere una verità che fa a pugni con le sue velleità ugualitarie (vieni che ti abbraccio) e cioè che la differenza tra il ricco e il povero rimane irriducibile e porta in sé un’esigenza di riscatto e di giustizia (che fa comodo definire “invidia”) la quale genera inevitabilmente violenza sociale; peggiore oggi di quanto sia mai stata perché apparentemente priva di motivazioni e di mete, puro teppismo.

La differenza si è fatta, anzi, abissale perché il povero è oggi privo di quella solidarietà di classe che una volta lo rendeva meno povero. È un luogo comune progressista che oggi una persona con un reddito modesto goda di un benessere appannaggio, appena un secolo fa, solo dei benestanti; in base a questa constatazione la povertà “vera”, almeno nei paesi a capitalismo avanzato, non esisterebbe più (se non in quantità statisticamente irrisorie).

Pensarla così è certo confortevole, soprattutto per chi non appartiene al novero dei poveri (relativi o assoluti): wishful thinking da spendere quando la coscienza lo mette alle strette. Ma ciò che davvero non esiste (e non è mai esistito, in realtà…) è proprio quel concetto di povertà assoluta che l’apologetica dello status quo utilizza come referente iconico per concludere che quel che ha sotto gli occhi non è “quel tipo” di povertà bensì qualcosa di “più avvenente”.

Purtroppo le cose non stanno così. Gli svantaggi ai quali è soggetto un povero sono infatti sempre relativi ai vantaggi di cui gode il ricco. Aumentando questi ultimi aumentano anche i primi. Chi sostiene che “non c’è più povertà assoluta in occidente” commette così due errori in un colpo solo: ipostatizza la povertà e utilizza quel feticcio come paradigma del reale. Viaggia sui tappeti volanti dell’astrazione e immagina di starsene coi piedi per terra.

È il meccanismo classico dell’ideologia liberista e progressista sulla cui bandiera sventola il motto di sempre «Non ci sono interessi contrapposti, siamo tutti sulla stessa barca». La misura della povertà ha invece una dimensione storica e va calibrata in funzione di un momento storico determinato, non inchiodata per sempre alla linea primitiva della fame e della sete. Chi non può viaggiare, leggere, formarsi, connettersi, ascoltare musica, andare in vacanza, godere della bellezza del mondo e di una vita degna (oggi e non nel medioevo) di questo nome è, a tutti gli effetti, povero. Non ha alcuna importanza, ed è perfino controproducente, che egli possa ingozzarsi come nel secolo XI s’ingozzavano i duchi perché in tal caso, considerata anche la qualità con cui s’ingozza, sarà non solo un povero ma per di più un povero obeso.

La ricchezza insomma si trascina dietro la povertà al guinzaglio ma gli mette un cappottino colorato e pretende che sia un cane da salotto.

TAG: Cultura, giornalismo, ideologia, liberismo, politica, povertà, progressismo
CAT: costumi sociali, società

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