Non è un paese per poveri (l’uguaglianza come truffa)

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1 marzo 2019

Pioviggina, due ragazzini camminano per strada.
Tredici o quattordici anni uno, cinque o sei l’altro.
Figli di emigranti, probabilmente nordafricani.
Gli abiti che indossano sono vistosi, desolanti nella loro allegria televisiva. Enormi scarpe da ginnastica scovate chissà dove, pantaloni troppo larghi e troppo colorati. Il più piccolo si tiene avvinghiato alla gamba del più grande che gli copre la testa con un lembo della giacca.
Da sotto quel riparo, lo vedo, guarda il mondo. Lo guarda con l’interesse distaccato di chi sa benissimo che invece al mondo, di lui, non interessa niente.
Dall’altra parte passano altri due ragazzi, più o meno della stessa età del più grande. Italiani, questi, e benestanti. I loro abiti (visti da un povero) non sembrano diversi ma tra loro c’è tutta la differenza possibile. Una differenza che neppure i secoli passati, con le loro ingiustizie e le oramai sepolte “differenze di classe” hanno mai conosciuto. Una differenza che nega se stessa e si finge uguaglianza, si rappresenta come tale.
Quei ragazzi sembrano uguali ma quest’imbiancatura presenta delle crepe che rivelano un abisso che solo il ricco ha l’occhio educato a percepire.
Perfino il prendere atto della propria povertà sembra diventato un lusso che oramai al povero è negato. Televisione, rotocalchi, manifesti pubblicitari gli fanno credere che mimetizzarsi sia possibile.
La miseria, oggi, ha questo a renderla peggiore: che solo chi può e deve notarla la nota, gli altri la subiscono soltanto.
Un giornalista televisivo va ad intervistare il migrante albanese che vive con la moglie ed una bambina sul greto del fiume, tra gli scarichi della fognatura e il mondezzaio, in un rifugio fatto d’assi di legno e teli di plastica.
E’conciato come Beckham, quando fa la pubblicità al rasoio perfetto, un figurino. Tra un paio di giorni leggeremo che la figlia di tre anni è stata rosicchiata dai topi o è annegata nel corso dell’ultima piena, o magari non ne leggeremo nulla solo perché è crepata di tifo o di polmonite all’ospedale.
Uno dei segnali dell’orrore compiuto consiste proprio in questo: nell’annullamento unilaterale della percezione della differenza. Potrete accompagnare quel Beckham da discarica in un salottino tenuto da Lapo Elkann e in un attimo gli si creerà il vuoto attorno. Piazzate, viceversa, Lapo Elkann in un accampamento di nomadi e, a meno che non si metta a sparare cazzate, non se n’accorgerà nessuno.
Tra poco, insomma, tutte le nobili indignazioni su collari di riconoscimento e braccialetti elettronici faranno ridere solo i polli sopravvissuti all’aviaria, al ricco basterà la coda dell’occhio per individuare il povero, il quale sarà felice, da parte sua, di avere finalmente acciuffato (insieme alla giacca firmata “Armani” da un calligrafo di Nanchino) la liberté, l’egalité e perfino, pensa un poco, la fraternité.
Come si vede le strade della provvidenza sono state e restano, effettivamente, infinite.

TAG: Cultura, immigrazione, italia, politica
CAT: costumi sociali, società

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