Arrivano dal Salvador e si definiscono eserciti: le Maras ora spaventano Milano

14 giugno 2015

Molti italiani hanno scoperto il fenomeno delle bande latine, e specialmente delle maras salvadoregne in occasione dell’aggressione subita l’altro giorno dal capotreno a Milano, attaccato a colpi di machete da membri della banda.
Credo sia utile spiegare cosa siano le maras, fenomeno molto particolare, che giocoforza ho conosciuto a fondo nei miei anni come rappresentante diplomatico dell’Unione Europea in El Salvador dal 2009 al 2013 e poi ancora come coordinatore del supporto dato dall’Unione Europea ai governi centroamericani nella loro lotta contro la violenza (l’America Centrale è di gran lunga la regione più violenta al mondo, con indici molto superiori ad esempio di quelli esistenti in medio oriente o in paesi ufficialmente “in conflitto”, e non può essere lasciata sola nella sua azione contro le reti criminali legate al narcotraffico che la stanno soffocando).

Le maras sono bande giovanili, estremamente violente, nate tra gli emigranti salvadoregni e honduregni a Los Angeles e Washington, le due città di forte presenza d’emigrazione da questi paesi negli Stati Uniti, a partire dagli anni settanta. Era l’epoca delle bande nelle periferie americane, e i centroamericani, disprezzati dai messicani e dai portoricani, più integrati, si organizzarono come forma d’autodifesa e di preservazione della propria identità. Col tempo, le bande si trasformarono in mafie locali, dedicate alla microcriminalità mediante estorsione e traffico di droga a piccola scala.
Le due maras principali, la 13 o Salvatrucha e la 18, prendono il loro nome dalle strade che controllavano a Washington.
A partire dall’adozione delle politiche di tolleranza zero nelle città americane, i membri di queste bande sono stati sistematicamente espulsi verso i loro paesi d’origine negli anni novanta e duemila, paesi nei quali queste persone, giovani spesso cresciuti negli Usa ma non cittadini a causa del loro status d’immigranti illegali, non avevano mai vissuto prima.
A partire dagli anni novanta, le maras si riorganizzano in El Salvador, paese origine di molti di loro, non avendo questi giovani espulsi alcuna possibilità d’inserimento legale in un paese che non conoscevano e che aveva di suo notevoli difficoltà economiche.

Col tempo, le maras sono divenute padrone delle strade salvadoregne, e la guerra tra loro ne ha fatto il paese più violento al mondo, assieme ai vicini Honduras e Guatemala. Tanto per capirci, il tasso d’omicidi su 100.000 abitanti è in Honduras attorno a 90, in El Salvador circa 60, in Afghanistan 6,5, in Pakistan 7,5, in Italia…0,9. L’America Latina è di gran lunga la regione più violenta al mondo, molto più di quelle sempre nelle notizie a causa del terrorismo, e l’America Centrale ne è la parte più colpita. La ragione principale? La chiusura delle rotte marittime, via Caraibi, d’accesso delle droghe negli Usa (ricordate Miami Vice?) e lo spostamento verso rotte terrestri, che passano dall’America Centrale, immersa in un’orgia di violenza in buona parte per il suo ruolo di transito delle droghe verso nord (controllate in buona parte dai cartelli messicani, che hanno spodestato quelli colombiani).

Le maras sono gruppi disciplinatissimi (loro si considerano eserciti, e chiamano gli altri “civili”). L’adesione è a vita, senza possibilità d’uscita. Le maras riorganizzatesi in El Salvador hanno avuto buon gioco nell’attirare verso di loro adolescenti e pre-adolescenti privi di riferimenti, a causa dell’emigrazione sistematica dei genitori verso gli Usa: due milioni e mezzo di salvadoregni su un totale di sei milioni sono emigranti, quasi tutti illegali, negli Usa, e le loro rimesse costituiscono il 18% del PIL del paese, più delle entrate fiscali (al 16): El Salvador è un paese tenuto in piedi dai suoi emigranti.
Il marero attivo (mara significa gruppo di amici in gergo salvadoregno) ha tra i tredici e i vent’anni, difficilmente sopravvive o evita il carcere oltre quell’età. Rispondono a codici di condotta di tipo mafioso: sono giovani che vengono ammessi all’interno del gruppo molto giovani e devono fedeltà totale ad esso, pena la morte. La loro attività è il microcrimine e l’estorsione legate al controllo di territori concreti, contesi ad altre bande. La loro ferocia è inaudita, frutto di una società senza sbocchi, di famiglie disgregate dall’emigrazione e di una forte conflittualità sociale. L’evento di ieri è una pallidissima copia di quanto succede ogni giorno in dosi ben più massicce in El Salvador e Honduras. In El Salvador costituisce motivo per essere uccisi dalle maras essere un residente di un quartiere controllato dall’altro gruppo e recarsi inavvertitamente in zona d’altro colore; essere ragazza corteggiata da un membro del gruppo e respingerlo; rifiutare una proposta d’ingresso nel gruppo; rifiutare di pagare un pizzo se richiesti; essere famigliare di qualcuno che ha tradito o membro dell’altro gruppo. Di solito, la prova d’ammissione in una mara consiste nell’uccidere un passante del tutto innocente: dimostra la tua adesione incondizionata alla causa.

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Le gang (pandillas) attirano i giovani perché in un paese senza prospettive d’impiego al di là d’un’emigrazione illegale negli Usa, permettono, al modo della mafia, di raggiungere uno status e un potere impensabili in altro modo. Entrare in una mara è però anche una condanna a morte, perché significa ostracismo sociale e impossibilità d’uscirne. La violenza estrema è il frutto di quest’adesione cieca e irreversibile. Se non obbedisci uccidendo, sarai a tua volta ucciso dai tuoi compagni.
Le maras hanno un loro linguaggio molto sofisticato e criptico, che si materializza in tatuaggi che coprono tutto il corpo e che raccontano la storia personale del membro all’interno del gruppo. Ogni lacrima rappresenta ad esempio un omicidio. Le maras non dispongono di armi sofisticate, di solito adoperano il machete, usato abitualmente nell’agricoltura locale. I cadaveri di solito vengono mutilati e gettati in fosse, per cui non vengono mai ritrovati. E’ pratica che risale alla guerra civile salvadoregna (1979 – 92). L’80% delle vittime delle gang sono giovani di meno di vent’anni, come i loro carnefici.
Le maras sono oggi dirette dalle carceri, dove sono reclusi i capi, tra i trenta e quarant’anni d’età, di solito condannati per decine d’omicidi. Le carceri devono essere separate, un marero della 13 deve uccidere uno della 18 se lo incontra, e viceversa. Le carceri sono gestite in buona parte da loro, le forze dell’ordine non hanno accesso alle parti interne.
Nella mia attività come rappresentante dell’Unione Europea in quel paese la principale attività è stata proprio centrata su progetti di educazione e convivenza per controbattere l’influenza delle maras sugli adolescenti.

Importante anche il supporto dato al sistema d’istruzione pubblica, con solo la metà dei giovani salvadoregni che finiscono gli studi secondari, senza i quali le uniche strade possibili sono l’emigrazione illegale o le bande. Sono stati fatti passi avanti, ma è come affrontare un uragano in una barchetta, ogni sforzo è sempre poco se non si riesce a fermare l’emorragia della violenza. Più difficile riuscire a recuperare giovani entrati in quell’inferno, anche se alcuni progetti finanziati dall’Unione Europea se ne sono occupati. Ne ricordo uno che mi aveva particolarmente colpito: importammo (dall’Italia) due macchine specializzate nel cancellare tatuaggi mediante getti d’aria calda: con i tatuaggi addosso, non puoi reinserirti nella società anche scontata la tua pena, e rimani esposto alle vendette dei tuoi o dei rivali. Ma stiamo parlando di tatuaggi su tutto il corpo, ci vogliono trattamenti di due o tra anni anche estremamente dolorosi.
Per due anni, un’iniziativa di dialogo appoggiata da una parte della Chiesa Cattolica e localmente dall’UE riuscì a contenere gli omicidi, riducendoli da sedici a cinque al giorno: per la prima volta, riuscimmo a mettere attorno allo stesso tavolo i capi dei due gruppi, che decretarono una tregua nella loro lotta intestina che durò due anni, dal 2012 al 2014. Si riuscì a convincerli a interrompere la violenza a cambio dell’avvio di progetti che aprissero possibilità educative e lavorative e che creassero le condizioni affinché le nuove generazioni di salvadoregni non ricorressero al crimine: l’economia illegale gestita dalle maras mantiene 300.000 persone, un decimo dei residenti nel paese. Un’equazione complessa da risolvere, che alla fine non fu vista con favore dal resto della società salvadoregna. Dal 2014 la violenza la tregua è saltata e la violenza è tornata sugli intollerabili livelli precedenti.

Le maras salvadoregne sono presenti in Europa nel Milanese e nella zona di Barcellona, zone di presenza dell’emigrazione centramericana nel continente. In questi paesi hanno un ruolo molto più defilato rispetto a quello che hanno a casa loro, dove ad esempio sono sufficientemente forti da limitare la presenza dei cartelli messicani. Sono gruppi di riferimento etnico, che in questo caso hanno accolto anche gli ecuadoriani. Sono dediti al microcrimine e sono satelliti di gruppi criminali più potenti, per cui svolgono un ruolo di manovalanza spicciola. Poi si dedicano a violente ma non letali guerre con altre bande latinoamericane. L’attacco di Milano è atipico per le maras in Lombardia: esse non desiderano divenire visibili, e spesso periodi in Spagna e Italia sono specie di “vacanze” lontano dalla giustizia americana e salvadoregna, nei quali gli interessati non commettono crimini.

Il gruppo che ha aggredito il capotreno era sicuramente in preda a ubriachezza e sotto l’effetto di droghe, e ha reagito in un modo non abituale in Italia (in El Salvador l’equivalente del capotreno non avrebbe mai osato rivolgersi a membri di una banda, pena la morte).
Se l’incidente ha portato questi gruppi al centro dell’attenzione, e provocherà doverose misure d’ordine pubblico, sottolineo l’importanza della spesso trascurata cooperazione internazionale per prevenire questi fenomeni e creare le condizioni perché le reti criminali non si muovano a loro agio tra le maglie della globalizzazione. Anche aiutare paesi sommersi dalla forza preponderante del crimine è necessario: non è il caso di El Salvador, relativamente immune al narcotraffico, ma i piccoli paesi dell’America Centrale e dei Caraibi dispongono spesso di risorse irrisorie a fronte di quelle dei gruppi criminali, il cui potere di corruzione e influenza è enorme. Guardare dall’altra parte significa anche ritrovarsi il problema in casa, prima o poi.

 

Stefano Gatto è ambasciatore capo delegazione Ue

in Pakistan e dal 2009 al 2013 lo è stato in Salvador

TAG: el salvador, Integrazione, maras, milano, salvador
CAT: Criminalità, Integrazione

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