L’ombra del malaffare su Langhe e Roero

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2 Luglio 2020

Perché la mala pianta dell’uomo debba prosperare sempre nello sporco, se lo chiede Giorgio Bocca in uno dei suoi scritti di storia. E la domanda ritorna alla mente con prepotenza quando sulla stampa deflagra la notizia che la ‘ndrangheta calabrese ha allungato le mani sulle Langhe e sul Roero, terre magnifiche che il mondo ci invidia, in un intreccio tra politica e malaffare da far rivoltare nella tomba i figli migliori che queste terre hanno avuto e che hanno lasciato il segno nella memoria dei luoghi.

Un intreccio tra la famiglia di un boss emigrata decenni fa da Sant’Eufemia di Aspromonte e stabilitasi tra queste gentili colline piemontesi, e politici locali. La cellula dell’organizzazione malavitosa nel Cuneese è ad oggi composta da almeno 50 affiliati ed il “dialogo” con il mondo politico-amministrativo locale è stato fino all’altro giorno condotto da posizioni di forza. Fino a quando, appunto, grazie ad un blitz congiunto dei carabinieri di Cuneo e di quelli di Torino, sono scattate le manette per i “boss del gusto” che avevano rivolto la loro attenzione a Cheese, la fiera internazionale del gusto creata da Sloow Food, che ogni anno in quel di Bra porta in vetrina i migliori formaggi di tutto il mondo. Nelle intercettazioni telefoniche un boss della ‘ndrangheta parla disinvoltamente con la sua amante, parlando dei voti portati alla Bresso e alla Sibille, che adesso, come dice il boss, devono rendere il favore. A Saluzzo si scopre che alcuni esponenti delle forze dell’ordine e del locale carcere hanno coperto le manovre della ‘ndrangheta cuneese e così scattano i primi avvisi di garanzia.

La prospera e paciosa provincia di Cuneo, così carica di storia e di bellezze, luogo di impegno civile, famosa per la sua vitalità imprenditoriale, ora è di nuovo alla ribalta dell’attenzione nazionale, ma per spiacevoli fatti di cronaca. Non per le sue ricchezze. Una provincia che, va ricordato, si è guadagnata la sua ricchezza col lavoro e con l’iniziativa personale. Che è passata dalla malora di Fenoglio all’essere luogo di charme, con milioni di visitatori ogni anno.

Alcuni numeri danno l’idea di come la resistenza dell’uomo abbia reso appetibili – purtroppo anche per la malavita – queste colline meravigliose: l’anno scorso sono state imbottigliate più di 55 milioni di bottiglie di vino; gli ettari coltivati a nocciole sono 12.000; alla Fiera di Alba sono stati venduti 650 kg di tartufo: Cheese ha ospitato centomila visitatori; il fatturato turistico di Langhe e Roero ammonta a 250 milioni di euro, con 7000 addetti e 100 aziende.

Bra ha dato i natali a Emma Bonino, alla scrittrice Gina Lagorio, a San Giuseppe Cottolengo. È stata rifugio dello scrittore Gianni Arpino, in fuga dalla convulsa vita torinese. Vi si trova il celebre Santuario della Madonna dei Fiori, con la caratteristica e inspiegata fioritura dei pruni che va avanti dal 1336 sul luogo dell’apparizione mariana che qui si manifestò. Dopo la crisi del settore conciario, Bra si è saputa reinventare come importante centro ortrofrutticolo che esporta in tutto il mondo. È la capitale del Roero e si trova a due passi dalle Langhe, cioè a dieci minuti di treno dall’altra sua capitale, la città di Alba, storico luogo della resistenza partigiana cantato da Fenoglio nei suoi romanzi. Peccato che ora l’oro di Langhe e Roero sia infestato dalla mala pianta del crimine. Secondo un’efficace descrizione di Gianni Farinetti su La Stampa, essa assomiglia a quella pianta infestante che è l’ailanthus, dal nome esotico, che arriva a crescere fino ai 25 metri di altezza avvelenando tutto ciò che incontra ed insinuandosi tra vecchie case e terreni incolti. Fu importata nel ‘700 dalla Cina da un fantasioso botanico che si era illuso di poterla utilizzare nella produzione della seta. Così non fu, e da quel momento l’ailanthus fu usata per abbellire parchie giardini. Devastando tutte le piante autoctone. Come a dire che ciò che contamina va eliminato immediatamente. Prima che divori tutto.

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CAT: Criminalità, Paesaggio

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