La strage di Capaci, che è rimasto dell’indignazione nazionale?

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23 maggio 2019

La strage di Capaci, per le sue modalità e per gli obiettivi che gli autori volevano raggiungere, è stato uno degli eventi che hanno più profondamente inciso nella coscienza degli italiani.

Il tema mafia, fino ad allora vissuto da molti come qualcosa che riguardava gli altri, con la stessa violenza con la quale le bombe hanno dilaniato i corpi delle vittime, ha fatto irruzione nelle coscienze di molti italiani indifferenti.

Così, dopo Capaci, nessun italiano avrebbe potuto più affermare “è cosa loro”. Il sacrificio di Giovanni Falcone, e di quanti quel terribile 23 maggio 1992 perdettero la vita, ha dunque avuto questo enorme significato catartico provocando in tutti quella civile “rivolta delle coscienze” che, un po’ per la sottovalutazione del fenomeno mafioso un po’ per assuefazione, ci si aspettava da tempo.

Dopo Capaci, tutto è apparso cambiato nel rapporto fra società e fenomeno mafioso e ne è stato segno evidente il riempirsi delle piazze italiane di gente di ogni colore politico, folle commosse e indignate come non si vedevano dal giorno del rapimento di Aldo Moro. In questo caso, si potrebbe parlare, come in poche occasioni è avvenuto, di un “miracolo” di unità di popolo contro un nemico endemico della società nazionale; un miracolo che, purtroppo, è stato in gran parte degradato negli anni che seguirono alla strage.

Proprio le strumentalizzazioni politiche che sono venute fuori da quanti hanno cercato di trarre vantaggio dall’orrendo attentato per modesti fini personali o politici, hanno infatti, pesantemente, inciso sulla tenuta della stessa memoria condivisa.

Strumentalizzazioni politiche che hanno trovato terreno fertile nella vocazione, tutta italiana, a dividersi e a scontrarsi, senza esclusione di colpi, nel campo d’Agramante della politica confondendo spesso il “vero” con il “verosimile”, il “certo” con il “sentito dire”. Così, la fertile creatività del nostro popolo, alimentata da molti cattivi maestri, ha galoppato nelle estese praterie delle dietrologie, è corsa dietro a teoremi improbabili, ha convertito in molte occasioni il giusto sdegno in personali vendette.

Insomma, si sono costruiti assurdi palcoscenici in cui la mafia e le vittime che essa ha prodotto finivano per assumere un ruolo sempre più marginale. Il risultato pratico, di questa sorta di “cupio dissolvi”, ha fatto sì che in molti la giusta indignazione si è perfino, tragicamente, mutata in disincanto mortificando quella mobilitazione delle coscienze che, ripeto, come ieri anche oggi, appare sempre necessaria per avere la forza di sconfiggere il male.

Non è un caso che si avverte, a livello di opinione pubblica, sempre più il rischio che la memoria di quell’evento terribile e purtroppo non unico – considerato che meno di due mesi dopo il copione stragistico si sarebbe ripetuto massacrando Paolo Borsellino e la sua scorta – e il suo ricordo si possano risolvere in mera retorica celebrativa, nella vetrina per i soliti noti.

Da qui la opportunità di abbandonare finalmente le polemiche perché, senza se o ma, il nemico da battere è ancora vitale e sicuramente in grado di approfittare delle divisioni per confermare la sua forza.

TAG: antimafia e politica, giovanni falcone, la memorias e il presente
CAT: Criminalità, Palermo

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