Egea Haffner, la bambina con la valigia simbolo dell’esodo istriano

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27 Gennaio 2021

La storia delle foibe e della persecuzione dei partigiani jugoslavi ai danni degli italiani è stata scoperta solo da pochi anni e puntualmente, in occasione della giornata del ricordo, il 10 febbraio, si riaccendono le solite polemiche e strumentalizzazioni politiche relative a quella che fu una vera e propria epurazione ai danni della popolazione civile italiana, che veniva bollata tutta, indistintamente, di adesione al fascismo. Vecchi rancori interetnici ed un nazionalismo esasperato hanno condotto ad una tragedia ancora oggi difficile da quantificare per il numero di morti, di profughi, di sofferenza, eppure suona strano, ogni volta, che, mentre tanta letteratura, commemorazioni, giornate di riflessione vengano dedicate alla tragedia della Shoah, sulla vicenda istriana e dalmata si dica sempre molto poco. E lo si dica quasi in sordina. Chi non trovò la morte nelle foibe fu costretto a vivere da profugo, recidendo radici secolari, non rivedendo più la terra natia.

Egea Haffner è diventata uno dei simboli di quella tragedia. Vivente, non è mai stata nominata da nessun Presidente Senatore a vita. A quattro anni e mezzo la piccola Egea dovette lasciare Pola ed attraversare il mare. Le fu scattata una foto ricordo in cui compare con in mano una valigia recante la scritta “Esule Giuliana”, seguito dal numero 30001. Il vestitino di seta le fu fatto da una zia. Era una prassi fare foto ricordo, perché gli esuli sapevano che non sarebbero più ritornati in patria. Era passato appena un anno dalla scomparsa nel nulla di suo padre, nel 1945. Egea dice: «Mio papà non si interessava di politica, non era fascista. Forse mio papà aveva una pecca, siccome lui sapeva molto bene il tedesco e ogni tanto quelli della SS lo chiamavano come interprete. Che sia stato quello, che abbia assistito a qualche processo questo non possiamo sapere. Forse è quello. Poi c’erano anche le vendette personali». Ed aggiunge: «Il giorno del Ricordo serve, serve perché c’è molta ignoranza ancora, nel senso che c’è gente che ignora. E bisogna portarlo anche nelle scuole, portare i libri, perché pochi sanno, almeno fino a pochi anni fa. Adesso magari lo sapranno. Quando dicevo che ero profuga nessuno lo capiva. Dicevano profuga con disprezzo».

Egea Haffner ha vissuto sulla sua pelle lo straniamento dell’esilio. Prima è stata profuga a Cagliari, poi a Bolzano, dove visse in povertà in un retrobottega insieme ai nonni e agli zii. Oggi vive a Rovereto con il marito ingegnere. A proposito dell’essere associata alla Senatrice Segre ha detto: «Sono due storie diverse che devono essere ricordate separatamente se si vuole in qualche modo conciliarle. Nel momento invece in cui vengono contrapposte le persone che ne sono il simbolo – e in questo caso io, mio malgrado, per quella celeberrima mia foto da piccola con la valigia in mano in partenza da Pola – per una lotta politica, si genera confusione e si rischia di essere irrispettosi nei confronti degli stessi protagonisti».

Ad Alghero è stato aperto il Museo Egea, dedicato al nome della Huffner, che ricorda la tragedia dell’esodo istriano-dalmata. Alla storia di Egea è stato dedicato un docufilm, che si deve al regista veronese Mauro Vittorio Quattrina.

TAG:
CAT: diritti umani

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