Umanitarismo e realpolitik

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21 luglio 2018

“Nessuno – ha scritto John Rawls – merita la sua posizione nella distribuzione delle doti naturali, più di quanto non meriti la sua posizione di partenza nella società”. Poiché le posizioni acquisite dipendono però, sempre, da quelle di partenza (chi parte con novantacinque metri di vantaggio, per quanto brocco sia, taglierà il traguardo dei cento prima di Usain Bolt) anche chi ostenta i propri meriti ne ha, quasi sempre, molti meno di quanti non gli piaccia credere e far credere agli altri.

Per di più il fatto stesso che li ostenti la dice lunga sulla sua levatura morale.

Sull’ignoranza di queste banali considerazioni si fondano gli argomenti di chi pretende che essere nato in una nazione piuttosto che in un’altra, in una città piuttosto che in un’altra, in una famiglia piuttosto che in un’altra, gli dia, oltre ai privilegi di cui già gode, anche quello, quasi divino, di stabilire a chi, tra coloro che di quei privilegi non godono, sia consentito di sopravvivere.

Su queste basi vengono costruite cattedrali di ipocrisia che recitano la litania della realpolitik applicata al salvataggio umanitario: accoglierli tutti non si può, dunque ributtiamo in mare quelli inadeguati ai nostri parametri.

Così, per quanto ragionevoli appaiano in superficie le sue argomentazioni, talvolta perfino impacchettate in confezione simpaticamente umanitaria (“Mettiamo fine al traffico di esseri umani nel mediterraneo!”) esse nascondono SEMPRE una sostruzione razzista e classista ed una impalcatura cinica e amorale.

La patina di ragionevolezza giornalistica si spalma su uno strato spesso e fangoso di ferina difesa del privilegio di essere nati qui e di appartenere alla razza giusta; di potere, in conseguenza, decidere quanti “altri” devono crepare affinché essi mantengano quel privilegio.

Molti di loro sono brave persone che si commuovono vedendo al cinema le tribolazioni altrui.

Ma è sempre stato così: al tempo dello schiavismo molti schiavisti (e non i peggiori) si dichiaravano contrari all’abolizionismo per ragioni umanitarie e per altruismo.

“Se lo schiavismo verrà abolito – argomentavano filosoficamente – tutti i nostri schiavi, lo zio Tom e perfino la cara zia Mame che ha allevato i nostri figli, saranno di colpo privati di ogni forma di sostentamento e, dunque, della stessa possibilità di sopravvivere. Questo è inaccettabile, perdio, e non lo permetteremo: siamo umani!”.

Queste ottime persone sono rimaste quelle di sempre.

Le stesse che molto tempo fa si arrogavano il diritto, sempre e solo per il bene del presente e del futuro dei loro simili, di stabilire quanti zingari dovevano essere gasati, quanti ebrei e quanti omosessuali e, di tanto in tanto, per tenerezza di cuore, ne sceglievano qualcuno cui concedere la vita.

Perché questi umanitari della realpolitik possono ben mettere in discussione il diritto alla vita degli altri ma non metteranno mai in discussione l’inalienabilità dei loro privilegi.

TAG: giornalismo, immigrazione
CAT: diritti umani, immigrazione

2 Commenti

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  1. clavenz 3 mesi fa
    Mi pare che gli "umanitari della realpolitik" siano esplicitamente contro ogni forma di solidarietà umana che essi definiscono "buonismo". Poi coprono le loro scelte di potere discriminante e di selezione di chi ha diritto di vivere con argomentazioni pretestuose come "Lottiamo contro il traffico di esseri umani". Quindi potrebbero aggiungere "Facciamoli morire e risolviamo il problema". D'altra parte un Ministro PD esibì la riduzione degli sbarchi in italia facendo finta di non sapere come venivano trattati i migranti nei campi di concentramento in Libia. E Salvini, è evidente, è la continuazione del democratico Minniti...
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  2. evoque 3 mesi fa
    clavenz Il democratico Minniti (il governo Gentiloni) si era preoccupato delle condizioni umanitarie dei migranti nei campi libici; grazie anche alla sua azione, per la prima volta la Libia, che non ha mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra, ha acconsentito a che l'Unhcr - Alto Commissariato per i rifugiati dell'Onu - potesse visitare i campi di detenzione libici, che sono una trentina . Lo scorso anno questi campi sono stati visitati 1.080 volte, quest'anno già oltre 600. Lo ha dichiarato Roberto Mignone responsabile dell'Unhcr.
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