Consigli per aspiranti scrittori. Pensieri su un piccolo oracolo di scrittura

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12 Marzo 2020

Il nuovo libro di Giulio Mozzi, Oracolo manuale per scrittrici e scrittori (Sonzogno, 2019), non è, è bene dirlo fin dall’inizio, un libro originale. Non lo è nel contenuto (una summa di indicazioni, massime e consigli relativi alla scrittura narrativa, con relativa breve spiegazione nella pagina opposta) che l’autore aveva già condiviso coi suoi lettori in una forma ben più ampia e completa in un suo precedente libro dal titolo (Non) un corso di scrittura e narrazione (2005); non lo è nemmeno nella forma, la quale, come dice lo stesso Mozzi nelle pagine introduttive, si rifà esplicitamente a quella di altri libri, in particolare alle carte per sbloccare il processo creativo realizzate dal compositore Brian Eno (anche questo riferimento era presente nel libro del 2005).

Il libro quindi, scritto con lo stile diretto e accattivante proprio dell’autore, non brilla per originalità, e questa forse non è una caratteristica secondaria, per quanto a volte idealizzata, in ambito artistico: perché in fondo è lecito attendersi un po’ di originalità in chi insegna scrittura creativa da così tanti anni. Altrimenti perché leggere quest’altro testo sulla scrittura e non uno dei tanti già pubblicati da altri insegnanti (o dallo stesso Mozzi) più o meno noti?

Ma al di là della questione “originalità” credo che il libro possa, assieme ad altri su questo tema, essere criticato nell’idea di fondo, ossia il fatto che si possa insegnare scrittura creativa dispensando una serie di consigli ai propri allievi o ai propri lettori su come creare un personaggio, su come impostare un dialogo, sull’atteggiamento più giusto del narratore ecc., al fine di conseguire un buon risultato in termini narrativi. Certo, si tratta in generale di indicazioni utili per chi si cimenta in questo tipo di scrittura; e il libro di Mozzi si pone esplicitamente e anche ironicamente come un prontuario e non come un vero manuale. Ciò che però risulta quantomeno sospetto è il codificare la scrittura narrativa in modo così preciso, lineare e, quindi, facilmente spiegabile e insegnabile. In un modo, si potrebbe dire, riduzionistico.

Quando qualcuno dà consigli su come risolvere un problema, specie se complesso, mi viene in mente la mentalità pragmatica americana, che si è riversata purtroppo in tanti ambiti della nostra vita di occidentali. Se vuoi affrontare efficacemente un problema, dice questa mentalità, devi solo trovare la strategia giusta, che di solito esiste e che qualcuno ti può spiegare. Per ogni problema la sua soluzione quindi.

Ora, il pregio di questa mentalità è l’ottimismo; il difetto la falsità. Non è vero, infatti, che per ogni problema si può individuare una soluzione (a volte non resta che accettare o rassegnarsi stoicamente ad una certa condizione problematica) e, soprattutto, non è vero che una volta individuata questa vada bene anche altre volte per situazioni analoghe. Chi pensa di poter affrontare varie situazioni attraverso strategie prestabilite tradisce in genere una concezione semplicistica del problema iniziale, che non di rado invece è complesso, ovvero caratterizzato da una molteplicità di variabili, come nel caso della creazione artistica. Ridurre quindi la questione della scrittura narrativa ad una serie di consigli da applicare, esercitandosi nel tempo in tale pratica, significa a mio avviso banalizzare la cosiddetta scrittura creativa, di cui la tecnica costituisce solo il mezzo che permette, alla fine di un lungo processo elaborativo, di dispiegare ciò che è alla base di ogni manifestazione artistica, ossia una capacità di inventiva e una concezione del mondo che nessuna scuola può insegnare e che dipendono da qualità preesistenti dell’aspirante artista (la sua intelligenza, la sua sensibilità psicologica, la sua capacità introspettiva e di immaginazione ecc.), dal suo bagaglio culturale, dalle sue esperienze di vita, nonché dalla capacità di mescolare in modo unico e personale tutti questi elementi. In pratica, dalla soggettività dell’autore.

Certo, l’Oracolo manuale, dichiara giustamente Mozzi nell’introduzione, non è un libro che trasforma il lettore (o il potenziale allievo di un corso di scrittura) in un professionista della scrittura – anche se, dobbiamo dirlo, rimane questa la fantasia più o meno dichiarata della maggior parte di coloro che si iscrivono ad un corso di scrittura o che leggono libri di questo tipo – quanto di risvegliarne le potenzialità. Ma proprio qui sta il nodo cruciale della faccenda: non c’è motivo di credere che molti abbiano le potenzialità per scrivere in modo creativo, e quindi che queste possano essere risvegliate con un corso o qualsivoglia altro strumento. Prima della tecnica serve altro, ed è la parte più importante, e meno insegnabile, del processo creativo. Del resto i grandi narratori del passato non hanno frequentato dei corsi di scrittura, ma erano certamente predisposti ad esprimersi creativamente attraverso la scrittura; poi hanno vissuto, letto moltissimo, si sono esercitati ancora di più per migliorarsi, hanno riflettuto per anni sulla scrittura propria e su quella di altri, creando le loro opere, se così si può dire, inconsapevolmente, cioè senza pensare necessariamente cose del tipo “adesso qui applico una certa tecnica, lì un’altra”, quanto seguendo un’idea, un progetto estetico, e lasciandosi guidare da una sensazione di armonia in ciò che raccontavano, pur all’interno di un continuo e faticoso lavoro di revisione razionale di quanto scrivevano. Cedere invece all’idea che la scrittura narrativa possa essere insegnata significa aderire a una concezione non solo semplicistica ma anche meccanicistica dell’opera d’arte (libro, dipinto o altro che sia), una concezione tipica dell’epoca del capitalismo industriale, come hanno ben messo in evidenza Horkheimer, Marcuse e altri studiosi della Scuola di Francoforte in alcuni loro scritti. Il risultato della creazione artistica paragonato quindi ad un qualsiasi prodotto o merce, che si può replicare conoscendo certe specifiche procedure tecniche; ma l’esito di tale processo non può che essere un prodotto standardizzato nello stile e nel contenuto, ovviamente secondo quelle che sono le esigenze del mercato in quel momento storico. Del resto anche la struttura di questo Oracolo manuale sembra assecondare lo spirito dei nostri tempi: una serie di massime e brevi consigli, una semplificazione di concetti e questioni complesse che ricorda da vicino quella dei messaggi dei social media, in cui più è breve ciò che viene scritto, e più viene accompagnato da immagini, (nel libro ci sono delle simpatiche vignette qui e là) più è facile che venga letto e condiviso.

In conclusione un libro, quest’ultimo di Mozzi, che ripete cose già dette in diverse altre occasioni dall’autore, ma che soprattutto ha a mio avviso il demerito di semplificare eccessivamente, certo con ironia e consapevolezza, un tema molto complesso, lasciando della scrittura narrativa un’immagine tutto sommato piatta e del processo elaborativo-creativo un’idea standardizzata (qualcosa di già codificato e insegnabile in corsi appositi), bypassando quanto di più propriamente personale e non trasmissibile è insito in esso. Il fatto poi che molti scrittori contemporanei più o meno noti provengano da scuole di scrittura non significa che abbia ragione l’autore (o altri editor), quanto che il mercato delle letteratura si è da tempo strutturato secondo una logica tipicamente capitalistica e commerciale: 1) per vendere più prodotti-libro bisogna scriverli in un certo modo; 2) questo modo è insegnabile in specifiche scuole; 3) solo chi riuscirà ad apprenderlo e rispetterà i suoi standard potrà realizzare un libro di narrativa pubblicabile, cioè vendibile, ossia creato fin dal principio per piacere al mercato.

Ma questo, credo, ha poco a che vedere con l’arte, anche della scrittura.

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CAT: Editoria, Letteratura

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